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Le Sezioni Unite Penali della Corte di cassazione con Sentenza n. 35814 /2019 (ud. 28/03/2019 – deposito del 07/08/2019) hanno affermato che la formazione della copia di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, salvo che la copia assuma l’apparenza di un atto originale.

Si legge nella motivazione: “Rileva al riguardo la Sezione rimettente che, secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, cui aderisce anche la sentenza impugnata, la mera utilizzazione della fotocopia contraffatta di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale in assenza di determinate condizioni, individuate nella presenza di requisiti di forma e di sostanza tali da far apparire l’atto in fotocopia come il documento originale o come la copia autentica di esso. 4.2. Un diverso orientamento interpretativo, seguito da entrambi i ricorrenti, ritiene integrato il reato di falso nel caso in cui si verifichi la formazione di un atto presentato come riproduzione fotostatica di un documento in realtà inesistente, del quale, invece, s’intendano attestare artificiosamente l’esistenza e gli effetti probatori. 4.3. Delineati in tal modo i tratti salienti dei due orientamenti, l’ordinanza di rimessione ha sottolineato il fatto che essi si pongono in netto contrasto nel caso in cui la fotocopia di un atto inesistente non sia utilizzata facendola figurare come originale o come copia autentica di esso, ma sia presentata come tale in luogo dell’originale, onde dimostrare, attraverso la sua produzione, l’esistenza dell’originale stesso, atteso che, secondo la prima opzione ermeneutica, è necessario, al fine di ritenere la sussistenza del reato, che nella copia vi siano particolari attestazioni o che il documento sia confezionato in modo tale da risultare dimostrativo dell’esistenza dell’atto, mentre secondo l’altro indirizzo è sufficiente l’utilizzazione della copia fotostatica quale falsa rappresentazione dell’esistenza dell’atto originale“.

La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è riassumibile nei seguenti termini: «se la formazione di una copia di un atto inesistente integri o meno il reato di falsità materiale». Sul tema della formazione della fotocopia di un atto pubblico inesistente, utilizzata come tale dal soggetto attivo della condotta, si registrano due diversi orientamenti giurisprudenziali.

Secondo un primo indirizzo interpretativo la mera utilizzazione della fotocopia contraffatta non integra il reato di falsità materiale in assenza di determinate condizioni, ossia di requisiti di forma e sostanza tali da farla apparire come il documento originale o come la copia autentica dello stesso (ex multis, Sez. 5, n. 2297 del 10/11/2017, dep. 2018, D’Ambrosio, Rv. 272363; Sez. 5, n. 8870 del 09/10/2014, Felline, Rv. 263422; Sez. 5, n. 10959 del 12/12/2012, dep. 2013, Carrozzini, Rv. 255217; Sez. 5, n. 42065 del 03/11/2010, Russo, Rv. 248922; Sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007, dep. 2008, Favia, Rv. 239112). Entro tale prospettiva si fa riferimento, in particolare, all’esigenza che la fotocopia risulti idonea a documentare l’effettiva esistenza del documento originale, individuando in concreto tale condizione sulla base della rilevata presenza di attestazioni formali che la facciano figurare come estratta da un documento originale, riconducendola di fatto alla categoria delle copie autentiche (Sez. 5, n. 2297 del 10/11/2017, dep. 2018, D’Ambrosio, cit. e Sez. 5, n. 8870 del 09/10/2014, Felline, cit.), laddove la mancanza di attestazioni confermative dell’autenticità della copia è ritenuta tale da escludere di per sé la ravvisabilità del reato (Sez. 5, n. 10959 del 12/12/2012, dep. 2013, Carrozzini, cit.). Siffatto orientamento prende le mosse dal presupposto secondo cui la copia di un atto assume il carattere di documento solo in seguito alla pubblica autenticazione del contenuto dell’atto, con il logico corollario secondo cui, tutelando le norme sul falso materiale l’autenticità degli atti in relazione al loro contenuto e/o alla loro provenienza, la falsificazione di una copia priva di attestazione di autenticità non dà luogo ad un illecito penale, in quanto la contraffazione viene, in tal caso, effettuata ex novo su un oggetto cui sono attribuite le sembianze di ciò che lo stesso non è nella realtà (Sez. 5, n. 11185 del 05/05/1998, Detti, Rv. 212130; Sez. 5, n. 4406 del 04/03/1999, Pegoraro, Rv. 213125). In talune decisioni, inoltre, si pone in rilievo l’esigenza che «la formazione della fotocopia sia idonea e sufficiente a documentare nei confronti dei terzi l’esistenza di un originale conforme» (Sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007, dep. 2008, Favia, cit.), richiedendosi comunque la presenza di connotazioni ulteriori rispetto all’esibizione della fotocopia di un atto inesistente, in sé ritenuta inidonea per la configurabilità del reato. Ne discende che la formazione ad opera del privato di una falsa fotocopia di un documento originale inesistente, presentata come tale e priva di qualsiasi attestazione che confermi la sua originalità o la sua estrazione da un originale esistente, non integra alcuna ipotesi di falso documentale, anche nell’eventualità in cui la stessa abbia, in astratto e per la sua verosimiglianza, attitudine a trarre in inganno i terzi, potendo il suo uso essere, in tal caso, sanzionato eventualmente a titolo di truffa. L’offesa al bene tutelato, dunque, ricorre soltanto nell’ipotesi in cui la falsificazione riguardi un documento provvisto di contenuto giuridicamente rilevante, dotato cioè della specifica funzione probatoria assegnatagli dall’ordinamento, e la riproduzione sia fatta passare come prova di un atto originale che non esiste, del quale intende attestare artificiosamente l’esistenza e i connessi effetti probatori, non potendo quella funzione essere riconosciuta ex se alla mera riproduzione di un documento originale, atteso che la copia fotostatica, se presentata come tale e priva di qualsiasi attestazione che ne confermi l’autenticità, non può mai integrare il reato di falso, anche nel caso di inesistenza dell’originale, essendo per sua natura priva di valenza probatoria (Sez. 5, n. 3273 del 26/10/2018, dep. 2019, Buccella, Rv. 274628).

Un diverso orientamento ritiene che il reato di falso è integrato dalla formazione di un atto presentato come riproduzione fotostatica di un documento in realtà inesistente, del quale si intendano viceversa attestare l’esistenza e gli effetti probatori (ex multis, Sez. 5, n. 4651 del 16/10/2017, dep. 2018, Lisca, Rv. 272275; Sez. 5, n. 40415 del 17/05/2012, Della Peruta, Rv. 254632; Sez. 6, n. 6572 del 10/12/2007, dep. 2008, Capodicasa, Rv. 239453; Sez. 5, n. 33858 del 24/04/2018, Manganaro, Rv. 273629). La linea ermeneutica tracciata da tali decisioni si fonda essenzialmente su due ordini di argomentazioni: a) da un lato, l’esibizione di una fotocopia recante il contenuto apparente di un atto pubblico implica la falsa formazione di tale atto al fine di trarne la copia; b) dall’altro, non si ritiene necessario, ai fini della punibilità della condotta di falso, un intervento materiale su un atto pubblico, essendo invece sufficiente, perché il fatto sia lesivo della pubblica fede, che con la falsa rappresentazione offerta dalla fotocopia l’atto appaia, contrariamente al vero, esistente. La falsità, all’interno di tale diversa opzione esegetica, non è integrata tanto dalla modificazione di una realtà probatoria preesistente, che in concreto può anche difettare per l’inesistenza o il mancato rinvenimento del documento originale, quanto, piuttosto, dalla mendace rappresentazione di tale realtà (la fotocopia), che risulta intrinsecamente idonea a ledere il bene giuridico tutelato, costituito dalla pubblica affidabilità di un atto proveniente dall’amministrazione. Al riguardo non manca di soggiungersi, infatti, che una fotocopia presentata come prova di un originale inesistente, del quale intenda artificiosamente attestare l’esistenza e i connessi effetti probatori, integra una falsità penalmente rilevante ai sensi dell’art. 476 cod. pen. (Sez. 6, n. 6572 del 10/12/2007, dep. 2008, Capodicasa, cit.; Sez. 5, n. 14308 del 19/03/2008, Maresta, Rv. 239490; Sez. 5, n. 24012 del 12/05/2010, Pezone, Rv. 247399). Per la sussistenza del delitto di falsità materiale, dunque, non è necessario che vi sia un intervento materiale su un atto pubblico, ma è sufficiente che, attraverso la falsa rappresentazione della realtà veicolata dalla fotocopia, tale atto appaia sussistente, con la conseguente lesione recata al bene della fede pubblica, mentre nessun rilievo assume la mancata attestazione di autenticità allorché la copia falsificata abbia l’apparenza di un originale e sia utilizzata come tale. Ne discende, ancora, che ove la falsa fotocopia esibita risulti divergente, in uno o più punti, dall’originale, essa acquisisce un’evidente capacità decettiva autonoma (Sez. 5, n. 24012 del 12/05/2010, Pezone, cit.). Occorre, peraltro, che la fotocopia sia stata realizzata con modalità tali da creare un’apparente esistenza dell’atto pubblico riprodotto (Sez. 5, n. 5452 del 18/01/2018, Peroni), dal momento che sono le concrete circostanze dell’utilizzo a far presumere la conformità della fotocopia all’originale e ad indurre a ritenere che l’atto pubblico esista (Sez. 5, n. 40415 del 17/05/2012, Della Peruta, cit.).

I due orientamenti indicati, come rilevato nell’ordinanza di rimessione, si pongono in contrasto su un profilo strettamente delimitato, ma determinante, per il caso in cui la fotocopia di un atto inesistente non sia utilizzata facendola figurare come originale e come copia autentica dello stesso, ma venga semplicemente presentata come tale in luogo dell’originale al fine di dimostrarne, con tale sola produzione, l’esistenza. Non si ritiene, invece, sussistente il contrasto nelle ipotesi in cui la falsa fotocopia, ancorché priva di attestazione di conformità all’originale, sia presentata «… con l’apparenza di un documento originale, atto a trarre in inganno i terzi di buona fede…» (così, testualmente, Sez. 5, n. 8870 del 09/1.p/2014, dep. 2015, Felline, cit.), ritenendosi, anche da parte del primo orientamento, che in tale eventualità il reato sia configurabile.

Nell’alveo delle falsità materiali si suole ricondurre sia la condotta di contraffazione che quella di alterazione, anche se il legislatore, come è noto, non fornisce una definizione legale di tali concetti, peraltro equivalenti ai fini della tipicità del fatto. I tipi delle condotte punibili descritte nella norma di cui all’art. 476 cod. pen. riguardano la «non genuinità» dell’atto e possono avere ad oggetto la formazione, in tutto o in parte, di un atto falso ovvero l’alterazione di un atto vero. Nella prima modalità di lesione rientra la cosiddetta contraffazione di provenienza, consistente nel confezionamento di un documento che si caratterizza per la discordanza tra autore reale ed autore apparente e che determina un inganno sull’identità, avendo quale oggetto precipuo la sottoscrizione apposta sul supporto documentale.Vi è poi la contraffazione di data e di luogo, le quali, facendo parte integrante della rappresentazione documentale, contribuiscono ad individuare la provenienza topica e cronologica del documento. Alla fenomenologia della falsità materiale si ritiene ascrivibile anche la documentazione di un atto inesistente, che si verifica allorquando l’atto proviene da un soggetto competente e risulta, dunque, materialmente genuino, ma non esistono i presupposti per la sua formazione, come nel caso del cancelliere che forma un verbale di udienza mai celebrata. Con la condotta di formazione, poi, si può far venire ad esistenza un atto che nasce, viene cioè formato, non genuino, in tutto o nella parte interessata dalla contraffazione, mentre nell’alterazione la condotta cade su di un atto preesistente ed originariamente genuino, che l’autore del falso manipola in vario modo, mediante aggiunte, sostituzioni, soppressioni, ecc. Nel primo caso, dunque, la falsità può riguardare l’esistenza stessa dell’oggetto documentato e l’autore – reale – fa apparire come esistente un atto che in realtà non è stato mai formato. La condotta di contraffazione, infatti, consiste nel porre fisicamente in essere un atto o parte di un atto che non preesisteva, laddove l’alterazione si verifica quando il documento subisce una modificazione di qualsiasi specie (aggiunte, cancellature, sostituzioni, ecc.), apportatavi dopo la sua definitiva formazione, compresa quella eventualmente apposta dall’autore del documento senza esservi autorizzato dagli aventi diritto. Ne discende, in altri termini, che il falso materiale può realizzarsi creando l’esistenza documentale dell’oggetto (tipo di condotta corrispondente all’espressione normativa contenuta nell’art. 476 cod. pen. «forma in tutto o in parte un atto falso») ovvero modificando un atto genuino preesistente (secondo l’altra espressione, «altera un atto vero»). La formazione di un falso, come su accennato, è totale quando investe l’atto nella sua interezza, è parziale se ad una parte genuina se ne aggiunge illegalmente un’altra. La contraffazione, dunque, sussiste anche nell’ipotesi in cui, pur non riscontrandosi alcuna divergenza tra autore apparente ed autore reale, la falsità investa l’atto intero nella sua realtà fenomenica, facendosi apparire esistente un atto in realtà mai formato (Sez. 5, n. 6754 del 01/06/1984, Fogu, Rv. 165367). Nessuna rilevanza, invece, può assegnarsi al mezzo in concreto usato per porre in essere la condotta, che può essere realizzata anche dallo stesso autore apparente del documento, avvalendosi materialmente degli strumenti più vari, ivi compresa la formazione di una falsa copia.

Ora, nella diversa ipotesi del rilascio di copia autentica di un originale inesistente, prevista dalla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 478 cod. pen., si ritiene che il falso sia materiale perché il pubblico ufficiale o il pubblico impiegato ha inventato un originale inesistente di cui la falsa copia autentica costituisce la prova: vale a dire che il falso è materiale in quanto il documento non doveva sorgere. Se la legge, però, ha ravvisato una ipotesi di falsità materiale nella simulazione di copia autentica di originali inesistenti, a maggior ragione deve ritenersi, come si è osservato in dottrina, che integri un falso materiale la formazione di un documento pubblico relativo ad un rapporto avente importanza giuridica che non è mai esistito. Interpretazione, questa, che trae sostegno dalle indicazioni desumibili dai lavori preparatori del codice penale, ove, per differenziare la falsità materiale dalla falsità ideologica si è prospettato il caso del presidente di un consiglio di amministrazione di una società commerciale il quale redige il verbale di una riunione di tale consiglio che non è in realtà avvenuta, concludendosi nel senso che in tale ipotesi deve ravvisarsi una condotta di falsità materiale perché costui non poteva redigere il verbale di una riunione inesistente (Lavori preparatori del codice penale e del codice di procedura penale, vol. IV, parte 3, pag. 301).

Le condotte di falsità materiale descritte nell’art. 476 cod. pen., inoltre, non presuppongono la corrispondenza dell’atto ad un preesistente dato naturalistico, poiché di tale ulteriore elemento non v’è alcuna traccia nella disposizione normativa. Nella struttura della condotta, infatti, non figurano termini di riferimento, siano essi un elemento naturalistico, e cioè la realtà da riprodurre nell’atto, o un titolo che richiede un atto di un determinato tenore, per definirlo falso. Nelle ipotesi di falsità materiale, dunque, non è un elemento essenziale la difformità dal vero, poiché la rispondenza ad un dato naturalistico che dovrebbe essere riprodotto nell’atto non è un requisito compreso nella descrizione normativa e non assume anzi alcuna rilevanza, tanto che si ritengono falsità materiali anche le modifiche o le aggiunte apportate in un atto pubblico dopo che lo stesso è stato definitivamente formato, ancorché il soggetto abbia agito per ristabilire la verità effettuale, salva l’ipotesi in cui esse si risolvano in mere correzioni di errori materiali o integrazioni che, lungi dal modificarne l’elemento contenutistico, siano invece dirette ad un completamento essenziale del relativo procedimento di formazione (ex multis, Sez. 5, n. 9840 del 16/01/2013, Caminiti Perotti, Rv. 255224). Le falsità materiali possono incidere su ogni tipo di atti, non soltanto su quelli precostituiti a fini probatori ed istituzionalmente indirizzati a provare la verità dei fatti in essi attestati. Nelle norme sulle falsità materiali, come posto in rilievo dalla dottrina, non solo non si rinviene alcun riferimento al fatto che l’atto falsificato deve esser destinato alla prova, ma v’è un’assoluta indifferenza rispetto al tipo di documento preso di mira dal comportamento criminoso. Essenziale è invece la natura dell’atto per la configurabilità di una falsità ideologica, dove l’autore riceve o forma un atto destinato a provare la verità dei fatti in esso attestati e il disvalore dell’azione è dalla legge indicato nella violazione dei doveri di fedeltà inerenti all’esercizio della pubblica funzione di certificazione, violazione che consiste, appunto, nello sviamento dell’atto dal suo scopo istituzionale, facendovi cioè risultare fatti diversi da quelli che invece dovevano esservi legittimamente raccolti. Siffatte considerazioni, peraltro, assumono ancor maggiore pregnanza ove si ponga mente, sotto altro ma connesso profilo, alle implicazioni sottese all’introduzione, nel tessuto codicistico, della nozione di documento informatico (ex art. 491-bis cod. pen.) e alla possibilità stessa di individuare un “originale” di riferimento con un definitivo contenuto comunicativo: individuazione che può in effetti diventare particolarmente difficoltosa in considerazione della caratteristica tecnica — intrinseca alla tipologia dei dati sottoposti a, o risultanti da, processi di elaborazione informatica — consistente nella costante modificazione, sostituzione e connessione con altri dati, senza che tale trattamento incida sulla materialità del documento. Non solo, ma anche la stampa del risultato finale dell’elaborazione su un supporto cartaceo non garantisce, con la sua funzione di “cristallizzazione”, la completezza ed integrità della rappresentazione rispetto ai dati precedentemente immessi ed elaborati sul supporto informatico, potendo gli stessi essere agevolmente mascherati, omessi o modificati. L’attività di contraffazione, infatti, consistendo in una attività di manipolazione di dati o segnali ricevuti da un sistema basato sulla immaterialità del supporto di memoria elettronico, può individuarsi già a livello della semplice immissione di dati non genuini.

Diversa dalla ipotesi della formazione di una falsa copia di un atto materialmente inesistente, che viene qui in rilievo, deve ritenersi, invece, quella, più volte esaminata dalla giurisprudenza, della inesistenza giuridica del documento. L’inesistenza si verifica quando non è possibile identificare alcuna fattispecie negoziale, mancando addirittura gli elementi necessari perché si possa avere una figura esteriore di negozio giuridico, come nel caso, ad esempio, dell’atto privo di firma (Sez. 6, n. 2453 del 21/04/1978, dep. 1979, Serafini, Rv. 141389). Il manifestarsi di tale evenienza, infatti, impedendo qualsiasi riconoscibilità dell’atto, non consente di ritenere anche la sussistenza del falso documentale, mentre la nullità o annullabilità, per carenza di un requisito, non esclude l’affidamento, sia pure provvisorio, della pubblica fede. Al riguardo, l’orientamento comunemente seguito ritiene, sulla base di categorie ed istituti di stretta derivazione civilistica, che solo la formale inesistenza (ad es. nell’ipotesi dell’incompetenza assoluta), non già una semplice ipotesi di nullità o annullabilità, comporta l’esclusione della tutela penale nel caso di falsità (Sez. 5, n. 7911 del 22/06/1982, Nicosia, Rv. 155045; Sez. 5, n. 10335 del 07/10/1983, Favuzza, Rv. 161507; Sez. 5, n. 4520 del 19/06/1987, dep. 1988, Salerno, Rv. 178123; Sez. 6, n. 5321 del 22/11/1989, dep. 1990, Coppola, Rv. 183997; Sez. 5, n. 1474 del 20/11/1991, dep. 1992, Goio, Rv. 189087; Sez. 5, n. 11714 del 10/10/1997, Lipizer, Rv. 209271).

Siffatta linea interpretativa, peraltro, è stata criticata dalla dottrina per la sua scarsa incisività nelle ipotesi di inesistenza dell’atto causata dalla stessa condotta di falsificazione (esempio assai frequente è quello della formazione su carta intestata e con falsa sottoscrizione del funzionario competente di un atto in realtà mai emanato): in questi casi, invero, è visibile nell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità, pur sottolineandosi in linea di principio l’importanza del tradizionale criterio fondato sulla classica distinzione inesistenza-invalidità, uno sforzo volto ad individuare altri criteri giustificativi dell’affermazione di responsabilità, per lo più incentrati sulla pericolosità delle modalità di falsificazione sotto il profilo della tutela dell’affidamento nella genuinità e veridicità del documento. In talune decisioni, infatti, dopo aver richiamato il tradizionale principio dell’irrilevanza penale del falso in atti inesistenti, questa Corte ha precisato che ciò che rileva non è l’effettiva validità del rapporto giuridico documentato, bensì l’apparenza di tale validità (v., in motivazione, Sez. 5, n. 9777 del 06/07/1994, Ferrofino, Rv. 199853; in proposito v., anche, Sez. 5, n. 1474 del 20/11/1991, dep. 1992, Goio, cit., secondo cui per la configurazione del reato non occorre che l’atto, al momento della falsificazione, possa ritenersi valido per istituire o provare un rapporto, bensì che dopo la falsificazione risulti valido a provare la sussistenza, sia pure apparente, nei confronti dei terzi della situazione documentata). Entro tale prospettiva, dunque, abbandonando i consueti schemi concettuali di diretta derivazione civilistica, questa Corte ha progressivamente precisato la sua linea interpretativa ed ha affermato che il problema della rilevanza penale della falsità in atti nulli o annullabili o inesistenti si pone in relazione a vizi, diversi dalla falsità, inerenti all’atto quale appare dopo l’avvenuta falsificazione (Sez. 5, n. 8203 del 20/06/1979, De Filippo, Rv. 143029), precisando (Sez. 5, n. 12091 del 01/04/1987, Rapetti, Rv. 177148) che nel falso materiale in atto pubblico, ed in specie nelle ipotesi di formazione di un atto pubblico falso da parte di un privato, il criterio della invalidità o dell’inesistenza giuridica dell’atto è del tutto inidoneo a segnare il confine della rilevanza penale del falso — quantomeno per le cause di invalidità o di inesistenza determinate dalla falsità stessa — dal momento che la carenza assoluta di potere del privato, causa di inesistenza giuridica dell’atto, è elemento dello stesso reato, che assurdamente non sarebbe mai configurabile. Ciò che conta, dunque, è che l’atto, al momento in cui è posto in essere, sia apparentemente valido, assumendo al riguardo un rilievo decisivo la possibilità, valutata ex ante, della lesione della pubblica fede (v., in motivazione, Sez. 5, n. 13588 del 05/07/1990, Ceccarelli, Rv. 185521, che ha ritenuto l’irrilevanza dell’invalidità del verbale di ricezione della dichiarazione di impugnazione ai fini della punibilità della condotta). Siffatto orientamento, del resto, è stato successivamente avallato anche dalle Sezioni unite (v., in motivazione, Sez. U, n. 32009 del 27/06/2006, Schera, Rv. 234214), le quali hanno affermato che per la configurazione del reato non occorre che l’atto, al momento della sua falsificazione, possa ritenersi valido per istituire o provare un rapporto, bensì che «mercé la falsificazione risulti idoneo a provare la sussistenza sia pure apparente, nei confronti dei terzi, della situazione documentata». 6. Ciò posto, e richiamato il complesso delle considerazioni dianzi svolte, deve rilevarsi come la contraffazione che si realizza mediante la formazione di un atto in realtà inesistente ben possa avvalersi dello strumento materialmente rappresentato dall’utilizzo di una falsa copia, documentando una volontà solo apparente perché non viene in realtà espressa, neppure per simulazione. Nel caso della simulazione, di contro, viene documentata una volontà che è stata effettivamente espressa, anche se con l’intento di evitarne gli effetti giuridici. Il problema della rilevanza della contraffazione attraverso l’utilizzo di una copia si pone quando il soggetto attivo l’abbia direttamente prodotta, discendendo il titolo del reato dalla natura del documento che vi è falsamente rappresentato (se trattasi di atto pubblico, dunque, ex artt. 476-482 cod. pen., se di certificato amministrativo ex artt. 477-482 cod. pen.). Qualora egli avesse alterato una fotocopia che non ha materialmente prodotto, dovrebbe invece rispondere di un diverso reato, ossia del falso in scrittura privata ex art. 485 cod. pen., che nelle more è stato però abrogato dall’art. 1, comma 1, lett. a), del decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7. 6.1. Uno degli indirizzi ermeneutici in contrasto (inaugurato da Sez. 5, n. 7717 del 17/06/1996, Jacobacci, Rv. 205547 e poi ribadito da Sez. 5, n. 11185 del 05/05/1998, Detti, cit., nonchè da Sez. 5, n. 4406 del 04/03/1999, Pegoraro, cit.) ha affermato, richiamando a tal fine la norma incriminatrice disegnata dall’art. 478 cod. pen., che non sussiste il reato di falso documentale per inesistenza dell’oggetto ex art. 49 cod. pen. quando la falsificazione ha ad oggetto una copia fotostatica, presentata come tale, atteso che quest’ultima non ha, di per sé, valore di documento, e può essere produttiva di effetti giuridici solo se autenticata o non espressamente disconosciuta, secondo quanto previsto dall’art. 477 cod. pen. e dall’art. 2719 cod. civ. Entro tale prospettiva, dunque, si ritiene che la creazione della mera copia fotostatica non integri una falsità punibile, in difetto di una sua autenticazione. Ipotesi diversa, nella quale siffatto orientamento ritiene invece ravvisabile il reato di falso documentale, è quella della riproduzione che, realizzata mediante un fotomontaggio fraudolento e con particolari caratteristiche di forma e di dimensioni, determina, oggettivamente e nell’intenzione dell’agente, l’apparenza di un documento originale, configurando il reato previsto dagli artt. 482 e 476 cod. pen. per la sua sostanziale assimilazione all’alterazione dell’originale del documento. Si è tuttavia osservato, in senso contrario, che nessuna norma processuale richiede la certificazione ufficiale di conformità per l’efficacia probatoria delle copie fotostatiche (Sez. 5, n. 21024 del 28/04/2006, Milioti), atteso che per aversi un documento è sufficiente che la dichiarazione appaia destinata alla prova. L’orientamento richiamato, inoltre, da un lato rischia di sovrapporsi alla peculiare ipotesi di reato disciplinata dall’art. 478 cod. pen., che punisce il falso in copia autenticata, laddove l’ipotesi che viene qui in rilievo investe la mera riproduzione fotostatica non oggetto di autenticazione, dall’altro lato sembra confondere, alla luce dei rilievi al riguardo criticamente formulati dalla dottrina, il problema della falsificabilità del documento-fotocopia con la diversa questione attinente alla contraffazione di un documento mediante la fotocopia, dove la questione dell’autenticazione non assume alcun rilievo. 6.2. Secondo l’impostazione ricostruttiva delineata dal diverso orientamento giurisprudenziale dianzi esaminato (e risalente, in particolare, al tracciato argomentativo delineato da Sez. 5, n. 7566 del 15/04/1999, Domenici, Rv. 213624), la formazione di una copia fotostatica può integrare gli estremi della falsità materiale quando le modalità di utilizzo siano tali da farla apparire come un originale, così traendo in inganno i terzi di buona fede. Nel solco della medesima linea interpretativa, inoltre, si esclude che, a tal fine, possa assumere rilievo l’assenza della attestazione di autenticità, la quale non incide sulla rilevanza penale del fatto allorché il documento abbia l’apparenza di un originale e come tale sia utilizzato, considerato anche il notevole grado di sofisticazione raggiunto dai macchinari che possono essere oggi utilizzati, in quanto capaci di formare copie fedeli all’originale e idonee a consentire un uso in grado di trarre in inganno la pubblica fede (Sez. 5, n. 5401 del 02/12/2004, dep.2005, Polloni, Rv. 231171; Sez. 5, n. 14308 del 19/03/2008, Maresta, Rv. 239490; Sez. 5, n. 8900 del 19/01/2016, Paolini, Rv. 267711). Anche tale indirizzo, peraltro, sembra prestare il fianco ad obiezioni che parte della dottrina ha mosso in relazione a più profili problematici, rilevando che l’utilizzo di una fotocopia non comporta di per sé l’alterazione della paternità, ma determina semmai un inganno, creando in tal modo i presupposti non di una vera e propria falsità, ma, ove tutti gli estremi ne ricorrano, di una condotta truffaldina. Senza esprimere una reale capacità selettiva dell’area di rilevanza penale del falso in fotocopia, tale diversa opzione esegetica rischia, da un lato, di limitare il suo ambito di operatività ad una scontata verifica della natura grossolana del falso – in relazione alla “qualità” della copia -, dall’altro lato, e soprattutto, di trasferire l’accertamento della condotta di falsità materiale su un piano eccentrico rispetto al giudizio di tipicità, rinviando all’utilizzo che in concreto è stato fatto della copia, e così attribuendo rilievo ad un profilo irrilevante nella struttura tipica del fatto. 6.3. Maggiormente condivisibile, sulla base delle considerazioni che verranno di seguito svolte, deve ritenersi, all’interno di tale indirizzo, quel filone interpretativo che meglio ne definisce l’ambito di estensione incentrando la sua attenzione sulle ipotesi in cui la copia di un documento si presenti o venga esibita con caratteristiche tali, di qualsiasi guisa, da voler sembrare un originale, ed averne l’apparenza, ovvero la sua formazione sia idonea e sufficiente a documentare nei confronti dei terzi l’esistenza di un originale conforme: in tal caso la contraffazione si ritiene sanzionabile ex artt. 476 o 477 cod. pen., secondo la natura del documento che mediante la copia viene in realtà falsamente formato o attestato esistente (cfr., in motivazione, Sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007, dep. 2008, Favia, Rv. 239112; v., inoltre, Sez. 5, n. 9366 del 22/05/1998, Celestini, Rv. 211443). Siffatta impostazione ricostruttiva poggia, invero, su un criterio di riferimento oggettivo, per cui lo stesso soggetto che produce la copia deve compiere anche un’attività di contraffazione che vada ad incidere materialmente sui tratti caratterizzanti il documento in tal modo prodotto, attribuendogli una parvenza di originalità, così da farlo sembrare, per la presenza di determinati requisiti formali e sostanziali, un provvedimento originale o la copia conforme, originale, di un tale atto ovvero comunque documentativa dell’esistenza di un atto corrispondente. La volontà di sorprendere la fede pubblica, in tal modo, si realizza attraverso un comportamento ontologicamente inquadrabile nella ipotesi di falso per contraffazione, perché, almeno apparentemente, creativo di un atto originale in realtà inesistente, sì da determinarne oggettivamente, nelle intenzioni dell’agente, un’apparenza esterna di originalità.Entro tale prospettiva, a ben vedere, deve ritenersi indifferente la circostanza di fatto legata alla materiale esistenza o meno dell’atto “originale” rispetto al quale dovrebbe operarsi il raffronto comparativo con la copia, perché l’intervento falsificatorio effettuato con la modalità della contraffazione assume come riferimento non tanto la copia in sé, quanto il falso contenuto dichiarativo o di attestazione apparentemente mostrato dalla natura della copia formata ed esibita dall’agente, laddove l’atto originale non esiste affatto ovvero, se realmente esistente, rimane inalterato e comunque estraneo alla vicenda. 6.4. Al riguardo non si pone, infine, un problema di indebita estensione degli effetti della previsione di cui all’art. 2719 cod. civ. in tema di efficacia delle fotocopie di atti, poiché il richiamato quadro di principii non si fonda affatto sulla norma civilistica ora menzionata, ma sull’individuazione del documento che risulta effettivamente oggetto dell’attività di contraffazione, e del cui inesistente originale la copia è, nell’intenzione dell’agente, destinata a provare artificiosamente l’esistenza. Nell’ipotesi qui considerata, come si è visto, la falsità materiale si concentra sull’esistenza stessa dell’oggetto documentato, ma non investe, nella realtà, un documento pubblico, bensì solo una copia informe. Per le medesime ragioni deve ritenersi infondata la evocata disparità di trattamento a fronte del più severo regime sanzionatorio che deriverebbe, per la ipotesi di contraffazione della copia semplice, rispetto a quella della fotocopia autentica, costituente il meno grave reato di cui all’art. 478 cod. pen.: oggetto reale del delitto di cui all’art. 476 cod. pen. è infatti il documento “originale” del quale viene contraffatta l’esistenza, non una copia dello stesso (cfr. Sez. 5, n. 28723 del 25/05/2015, Barone). Giova richiamare, sotto tale profilo, quanto da questa Corte affermato (Sez. 5, n. 3023 del 23/11/1979, dep. 1980, Caprani, Rv. 144545; Sez. 6, n. 5342 del 10/02/1984, Di Muro, Rv. 164706) in ordine alla struttura della norma contenuta nell’alt 478, primo comma, cod. perì., che punisce la formazione ed il rilascio in forma legale della pretesa copia di un atto inesistente, sicché l’autenticazione del pubblico ufficiale e cioè la falsa attestazione di conformità costituisce un elemento integrativo della fattispecie incriminatrice e non l’autonoma figura delittuosa di cui all’art. 476 cit. Se, di contro, la copia è semplice, essa non può costituire l’oggetto materiale della fattispecie di cui all’art. 478 cod. pen., che contempla, fra l’altro, due ipotesi di falsità in copia autentica (da intendersi, a sua volta, quale atto derivativo e complesso, costituito dalla riproduzione fedele e completa di una dichiarazione contenuta in un documento originale e da una dichiarazione di conformità all’originale resa da un pubblico ufficiale), e segnatamente: a) la formazione della copia autentica di un atto inesistente (simulazione di copia di atto inesistente); b) la formazione della copia autentica di un atto diverso da quello esistente (rilascio di copia diversa dall’originale). Presupposto per l’applicazione di tale fattispecie, che si riferisce alla particolare ipotesi della formazione di una copia autentica, è, dunque, l’inesistenza assoluta di un originale (che non deve essere mai esistito) ovvero l’esistenza di un originale che viene “copiato” in modo difforme, laddove la disposizione contenuta nell’art. 492 cod. pen. si riferisce propriamente alla diversa ipotesi della falsificazione di copie autentiche già formate, a sua volta punibile ai sensi dell’art.476 cod. pen. anche se quelle copie non tengono luogo degli originali mancanti. La falsità dell’atto di autenticazione, infatti, è sempre preceduta, nello schema normativo delineato dall’art. 478 cit., da un’altra falsità che si consuma attraverso la formazione della falsa copia: falsità, questa, la cui natura, come osservato dalla dottrina, è materiale non solo quando viene simulato un atto inesistente, ma anche nell’ipotesi in cui si forma una copia difforme dall’originale, perché il documento- copia, prima dell’autenticazione, non è rappresentativo di alcun atto del suo confezionatore, che possa dirsi ideologicamente falso. 7. In conclusione, la questione posta dall’ordinanza di rimessione va risolta enunciando il seguente principio di diritto: «La formazione della copia di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, salvo che la copia assuma l’apparenza di un atto originale».

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L'articolo Tribunale:Sezione ordinaria o Sezione specializzata in materia di impresa? proviene da Studio legale Avvocato Roberto Di Pietro.

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Le Sezioni Unite, con sentenza n. 19882 del 23/07/2019, risolvendo un contrasto giurisprudenziale, hanno affermato che il rapporto tra sezione ordinaria e sezione specializzata in materia di impresa, nello specifico caso in cui entrambe le sezioni facciano parte del medesimo ufficio giudiziario, non attiene alla competenza, ma rientra nella mera ripartizione degli affari interni dell’ufficio giudiziario, da cui l’inammissibilità del regolamento di competenza, richiesto d’ufficio ex art. 45 c.p.c.; deve, di contro, ritenersi che rientri nell’ambito della competenza in senso proprio la relazione tra la sezione specializzata in materia di impresa e l’ufficio giudiziario, diverso da quello ove la prima sia istituita.

La questione postula la qualificazione del rapporto tra le sezioni specializzate per l’impresa e le sezioni ordinarie all’interno del medesimo ufficio giudiziario, se attinente alla competenza ovvero alla semplice distribuzione interna degli affari.

Inizialmente, si è affermato l’orientamento secondo il quale è sempre configurabile una questione di competenza nel rapporto tra le sezioni specializzate e la sezione ordinaria. In tale senso, si sono espresse, tra le altre, in relazione alle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale, le pronunce del 25/9/2009, n. 20690, del 18/5/2010, n. 12153, del 14 giugno 2010, n.14251, del 23/9/2013, n.21762, del 24/7/2015, n. 15619.

Di contro, le pronunce del 22/11/2011, n. 24656 e del 20/9/2013, n.21668, in relazione alle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale, e le successive del 23/5/2014, n. 11448, del 15/6/2015, n. 12326, del 27/10/2016, n. 21774, del 7/3/2017, n. 5656, del 22/3/2017, n. 7227, e del 24/5/2017, n. 13138, in relazione alle sezioni specializzate in materia di impresa, si sono espresse nel senso di ritenere di rilievo esclusivamente tabellare il rapporto tra la sezione specializzata e quella ordinaria del medesimo ufficio giudiziario. In tal senso si è espressa, con ampia ed articolata motivazione, la pronuncia del 23/10/2017, n. 25059, nel caso in cui era stata dichiarata la litispendenza dalla sezione specializzata, che aveva ravvisato rapporto di identità tra la causa pendente presso di sé ed altra causa pendente presso il medesimo Tribunale, affermando, in sede di regolamento necessario ex art. 42 cod. proc. civ., l’erroneità di tale declaratoria, e precisando che, ove la sezione specializzata ravvisi un rapporto di identità tra una causa davanti alla stessa introdotta ed una causa introdotta davanti al tribunale in cui la sezione è incardinata, deve provvedere a norma dell’art. 273, comma 2, cod.proc.civ. e, ove la causa riguardo alla quale ravvisi il predetto rapporto di identità risulti cumulata ad altre inerenti le sue attribuzioni, deve disporre la riunione dei procedimenti, ex art. 274, comma 2, cod.proc.civ. In questo quadro giurisprudenziale, non del tutto univoco, ma nel quale appariva minoritario l’orientamento inteso a configurare la questione di cui si tratta in termini di competenza in senso proprio, è intervenuta l’ordinanza del 28/2/2018, n. 4706, che, dopo avere richiamato i due indirizzi contrapposti, si è espressa a favore della ricorrenza di una questione di competenza, richiamando il rilievo della pronuncia 15619/2015, sulla inspiegabile “asimmetria del sistema” nel caso dell’adesione alla tesi contraria, e ritenendo poco rilevante la valorizzazione dell’art.2, comma 2, d.lgs. 168/2003, che prevede l’assegnazione ai giudici della sezione specializzata di processi diversi, dato che detta trattazione si riferisce ai singoli e non già alla sezione, ed è dettata dall’esigenza di garantire una giusta distribuzione di carichi di lavoro, mentre non ha nulla a che fare con la qualificazione del rapporto tra la sezione specializzata ed il tribunale.

L’adesione all’uno o all’altro orientamento comporti conseguenze significative, come già esplicitato nell’ordinanza di rimessione, dato che, ove si opti per la ricostruzione del rapporto tra sezione ordinaria e specializzata per l’impresa in termini di mera distribuzione degli affari all’interno dell’ufficio giudiziario territorialmente competente, il passaggio e la riassegnazione del fascicolo integrano provvedimenti revocabili di natura ordinatoria e non decisoria, e la riassegnazione non comporta né la riassunzione né la rinnovazione degli atti espletati. Di contro, a ritenere che anche all’interno del medesimo ufficio giudiziario il rapporto tra la sezione specializzata in materia di impresa e la sezione ordinaria integri sempre una questione di competenza, il convenuto dovrà eccepire l’erronea individuazione del giudice nella comparsa di risposta tempestivamente depositata, ex art. 38 cod. proc. civ., e il giudice potrà rilevare d’ufficio l’incompetenza entro la prima udienza di trattazione; la parte potrà ricorrere al regolamento di competenza ed il giudice potrà richiedere d’ufficio il regolamento di competenza.- Inoltre, come opportunamente indicato nell’ordinanza di rimessione, la diversa qualificazione può incidere sulla configurabilità di un vizio dell’atto introduttivo nel caso di omessa intestazione alla sezione specializzata, sulla disciplina della riunione nel caso di cause identiche o connesse ex att. 273-274 cod.proc.civ. o sulla sospensione ex art.295 cod. proc. civ. 5. La dottrina si è largamente soffermata sulla questione che qui interessa, già a partire dall’ istituzione delle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale, evidenziando il ricorso da parte della stessa legge all’ambito della competenza, l’attribuzione al presidente della sezione specializzata di compiti propri dei capi degli uffici (art. 5 d.lgs. 168/2003), notazione rovesciata da chi è fautore dell’opposta soluzione, sul rilievo che detta norma sarebbe altrimenti superflua; anche l’argomento relativo all’uso della locuzione “sezioni specializzate” è stato visto in maniera specularmente differente, dato che ,per chi è fautore della tesi della mera ripartizione interna, tale espressione di per sé è inidonea a ricondurre dette sezioni in quelle di cui all’art.102, comma 2, Cost., in quanto volta a connotare una specializzazione del giudice e non dell’organo; di contro, per chi opta per la questione di competenza, l’aggettivo “specializzate” è significativamente quello adoperato dall’art. 102 Cost., che connota anche le sezioni agrarie, senza che rilevi la presenza o meno di giudici laici, atteso che la norma costituzionale, nel legittimare l’istituzione di sezioni specializzate, prevede la presenza nei collegi di giudici laici come una facoltà e non un obbligo. Per chi sostiene che non si tratti di questione di competenza, è rilevante l’assegnazione anche di controversie diverse da quelle specificamente demandate, caratterizzandosi la competenza come “specializzata” e non “separata”, inserendosi così la sezione nell’articolazione dell’ufficio giudiziario; i fautori dell’opposta tesi sostengono il carattere non concludente di detto rilievo, dato che anche altri uffici autonomi come il tribunale delle acque o quello dei minorenni possono vedersi assegnare controversie spettanti alle sezioni ordinarie. Sul piano della tutela, chi ritiene che il rapporto tra sezioni specializzate e sezioni ordinarie del medesimo Tribunale configuri sempre una questione di competenza, evidenzia come la stessa attenga alla costituzione del giudice naturale, derivando dalla previsione normativa in oggetto un vero e proprio diritto soggettivo processuale a che la decisione venga affidata a quei giudici e non già ad altri organi giudiziari, evidenziando l’asimmetria del sistema, ove si volesse riconoscere detta garanzia solo nel caso in cui non vi sia coincidenza territoriale tra le sezioni specializzate e quelle ordinarie. 5. Ciò posto, nel tentativo di risalire ad una visione d’insieme, basata sul dato normativo e sulla sua ratio, che, nel contempo, non sconti un’eccessiva dilatazione dei tempi del processo ed un ampliamento dei mezzi di impugnazione con i necessari meccanismi di riassunzione, possono farsi valere i seguenti rilievi. Va osservato in prima battuta che, diversamente che per il rapporto tra la sezione lavoro e la sezione ordinaria (su cui, tra le tante, le pronunce del 5/5/2015, n. 8905, del 23/9/2009, n. 20494, del 9/8/2004, n. 15391), e tra il tribunale fallimentare e il tribunale ordinario (su cui si richiamano le pronunce del 1/3/2019, n. 6179 e del 10/4/2017, n. 9198), inteso sempre nel senso dell’ esclusione di ogni questione di competenza, trattandosi di una mera articolazione interna al medesimo ufficio giudiziario, per le sezioni agrarie si pone indubitabilmente la questione di competenza (così le ordinanze del 21/5/2015, n. 10508 e del 26/7/2010, n. 17502), a ragione dell’espressa indicazione normativa, del riferimento alla competenza propria della sezione e della composizione peculiare, per la presenza di magistrati onorari, i cd. esperti, ed analoghe considerazioni devono li farsi per il rapporto tra il tribunale ordinario ed il tribunale regionale delle acque pubbliche ( vedi a riguardo le pronunce del 14/11/2018, n. 29356, dell’11/4/2017, n. 9279, del 23/2/2017, n. 4699), nonché col tribunale dei minorenni ( su cui, tra le altre, le pronunce del 23/1/2019, n. 1866, del 22/11/2016, n. 23768, del 19/5/2016, n. 10365). Da tale rilievo è agevole far conseguire il principio secondo il quale la specializzazione per materia non costituisce di per sè un indice sintomatico di diversità in termini di competenza tra ufficio ed ufficio, proprio per il riferimento al giudice altamente specializzato, quale quello del lavoro e dell’ufficio fallimentare, rispondendo la specializzazione all’esigenza di una migliore organizzazione e qualità della risposta di giustizia, che non è connaturata al profilo della competenza, di talchè non rileva, ai fini che qui interessano, l’indicazione di cui all’art.2, comma 1, d.lgs. 168/2003. Non è significativo altresì il riferimento nella rubrica e nel testo dell’art. 3 alla “competenza”, ove si ponga mente al fatto che tale riferimento vale ad individuare la tipologia di controversie che devono essere trattate dalla sezione specializzata, e non già a distinguere e separare detta sezione dal tribunale presso il quale essa è incardinata. E’ di contro piuttosto rilevante il riferimento nell’art.2, comma 2, all’assegnazione ai giudice della sezione specializzata di altre materie “purchè ciò non comporti ritardo nella trattazione e decisione dei giudizi in materia di impresa”, così come è significativo l’uso atecnico del termine “competenza” nella rubrica dell’art. 5, che palesemente si riferisce alla cd. competenza interna, e quindi alla distribuzione delle funzioni all’interno dello stesso ufficio (e va notata l’ esplicita attribuzione di dette competenze direttive ai presidenti delle sezioni specializzate, che altrimenti sarebbe stata superflua), mentre è pienamente tecnico il riferimento alla “competenza territoriale” di cui all’art. 4 del d.lgs. 168 cit., avendo il legislatore attribuito alla sezione specializzata la competenza anche in relazione al territorio di tribunali diversi da quello in cui è istituita la sezione specializzata ( e per l’uso atecnico dei termini giuridici, si veda altresì, nello stesso art.4, il riferimento all’espressione “assegnazione alle sezioni specializzate”). Si vuole con ciò sostenere che nell’impianto complessivo del d.lgs. 168/2003, nella formulazione che qui interessa, non è sostenibile l’interpretazione che voglia attribuire valenza dirimente ai rilievi di carattere letterale, per l’uso spesso atecnico e quindi improprio dei termini “competenza”, “assegnazione”, “trattazione”, tanto più ove si consideri che solo nella rubrica dell’art.2 del d.l. 1/2012, convertito nella legge 27/2012, è indicato il “Tribunale delle Imprese”, che, come osserva il P.G. nelle sue conclusioni, potrebbe far pensare ad un organo giurisdizionale munito di competenza propria, ma tale indicazione non compare nella normativa del d.lgs. 168/2003 novellato. Di ben diverso spessore è la considerazione, già fatta propria nella pronuncia 25059/2017, che il legislatore, che con l’istituzione del giudice unico, con l’accorpamento delle preture e dei tribunali, ha inteso chiaramente ridurre le questioni di competenza, ove avesse voluto davvero creare uffici autonomi e distinti, in aperta controtendenza rispetto alla politica legislativa adottata, avrebbe scelto una formula univoca e chiara in tal senso, quale “tribunale per le imprese”, ma non già l’espressione “sezione specializzata”, che di per sé rimanda ad articolazioni all’interno dello stesso ufficio giudiziario. Anche la doglianza relativa alla cd. asimmetria nei mezzi di impugnazione avverso il provvedimento declinatorio della competenza a seconda della presenza o meno in un determinato ufficio della sezione specializzata, in violazione degli artt.3, 2 e 24 Cost., sulla quale hanno molto insistito le pronunce 4706/2018 e 15619/2015, può essere superata, volta che si rilevi la diversità delle situazioni, non comparabili, da cui l’insussistenza di ogni lesione ai detti principi costituzionali. Ed infatti, nel caso del rapporto tra sezione specializzata e sezione ordinaria che si trovi nell’ufficio giudiziario ove non è istituita la sezione specializzata, si verifica la sovrapposizione del profilo della competenza territoriale, che, come disposto dall’art.4 del d.lgs. 168/2003, ha natura inderogabile, da cui la possibile questione di competenza in senso proprio che rende ammissibile il regolamento di competenza, mentre è oggettivamente diverso il caso in cui detta sovrapposizione non sussista, ove la contrapposizione si verifichi tra sezione specializzata e sezione ordinaria del medesimo ufficio giudiziario. A riguardo, va rilevato che l’ordinanza Corte cost. 14/12/2004, n. 386, che ha ritenuto la legittimità costituzionale dell’ istituzione delle allora sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale solo in alcuni Tribunali e Corti d’appello, con competenza territoriale ultradistrettuale, nel rigettare l’eccezione della difesa erariale del difetto di rilevanza della questione nel giudizio a quo, ha osservato che sarebbe stato in parte differente il provvedimento adottabile in caso di rigetto della questione di costituzionalità ovvero di accoglimento, in quanto il giudice rimettente avrebbe dovuto dichiarare la propria incompetenza non più nei confronti della sezione specializzata presso il Tribunale di Roma, ma di quella (istituenda) presso il Tribunale di Cagliari, precisando che ben diverse sarebbero state le “conseguenze che si produrrebbero nei confronti delle parti del procedimento principale”, con ciò lasciando intendere l’adesione alla tesi secondo la quale le sezioni specializzate costituiscono mere articolazioni interne del Tribunale e della Corte d’appello. Si pongono infine ulteriori considerazioni a sostegno della tesi a cui queste Sezioni unite ritengono di aderire. Innanzi tutto, come sostenuto da autorevole dottrina, nel nostro sistema processuale non si realizza, di norma, il riparto verticale della competenza in primo grado nei rapporti interni al medesimo ufficio, a meno che non sia giustificato da differenze nel reclutamento dei componenti dell’organo giudicante, come accade per il rapporto tra il Tribunale ordinario ed il Tribunale dei minorenni, o la Sezione specializzata agraria; inoltre, l’adesione alla tesi opposta potrebbe portare a conseguenze paradossali, come nota l’ordinanza di rimessione, dato che, ove pendenti cause connesse dinanzi al medesimo giudice, questi potrebbe dover dichiarare la litispendenza, qualificandosi per l’una, quale giudice della sezione specializzata, e per l’altra, quale componente della sezione ordinaria( ed un caso simile si era verificato nel giudizio deciso con la pronuncia 25059/2017, nel quale il conflitto si era determinato all’interno della medesima sezione del Tribunale); infine, non può sottacersi il possibile uso strumentale del regolamento di competenza, con l’allungamento dei tempi del processo, ove si qualifichi sempre in termini di competenza il rapporto tra la sezione ordinaria e quella specializzata, ed il sostanziale contrasto con l’intenzione del legislatore di ridurre le questioni di competenza, in un’ottica del processo reso così più fluido e meno soggetto a delle stasi procedimentali. Ciò posto, ed escluso il profilo della competenza nel caso del rapporto tra sezione ordinaria e sezione specializzata presenti nello stesso ufficio giudiziario(mentre, come sopra si è detto, si pone la questione di competenza in senso proprio nel caso in cui la controversia spettante alla sezione specializzata sia stata promossa davanti al tribunale diverso da quello ove è istituita la sezione specializzata), deve ritenersi che nel caso di controversia iscritta al ruolo ordinario e che arrivi ad una sezione ordinaria, e viceversa, la spettanza della trattazione del fascicolo dovrà essere risolta in via interna, con i normali strumenti previsti nel caso di errata assegnazione tabellare: il giudice assegnatario rimette il fascicolo al presidente del Tribunale che lo ritrasmette al giudice a quo, se ritiene errato il rilievo tabellare del primo oppure provvede alla riassegnazione alla sezione esatta, e se il giudice ad quem nega la propria competenza interna, il conflitto sarà deciso dal Presidente del Tribunale(così, esplicitamente, l’ordinanza 25059/2017). Quanto infine al controllo spettante alla parte sulla corretta decisione da parte della sezione specializzata ovvero da quella ordinaria, le pronunce 25059/2017 e 7882/2018 si sono espresse, in via incidentale ed in linea generale, senza peraltro un particolare approfondimento, per la possibilità di far valere il vizio di costituzione del giudice, ex art.158 cod. proc. civ. La dottrina, a riguardo, si è espressa, oltre che in senso conforme all’orientamento giurisprudenziale citato, nell’attribuire alla parte la facoltà di dolersi del vizio, ove fatto valere lo specifico pregiudizio in tesi subito a ragione dell’attribuzione della causa alla sezione erronea (si tratterebbe, infatti, di violazione della legge processuale, configurante nullità, che, per essere fatta valere in sede di impugnazione, onera la parte della deduzione del pregiudizio concreto subito, lesione specifica che peraltro sembra difficilmente configurabile), o riconoscendo la doglianza relativa alla composizione monocratica anzichè collegiale del Tribunale, non attribuendo alla violazione delle regole tabellari alcuna incidenza sulla validità delle decisioni assunte. Ciò posto, e nell’ottica di definire specificamente l’ambito della tutela spettante alla parte, va osservato che, per orientamento costante, il principio del giudice naturale precostituito per legge, garantito dall’art.25, comma 1, Cost., non incide sulla concreta composizione dell’organo giudicante, ma va riferito all’organo giudiziario nel suo complesso, impersonalmente considerato, e può dare luogo a nullità per vizi di costituzione del giudice, ex art.158 cod.proc.civ. (così, tra le altre, le pronunce del 13/7/2004, n. 12969 e del 15/7/2002, n. 10219). Ora, dato che le sezioni specializzate per l’impresa costituiscono articolazioni interne degli uffici giudiziari ove le stesse sono costituite, ed escluso che ai fini del rispetto del principio di precostituzione del giudice naturale ex art.25 Cost. rilevino le persone fisiche che compongono dette sezioni, deve concludersi nel senso di ritenere che spetti alla parte, nel caso di violazione del riparto tra sezioni ordinarie e sezioni specializzate in materia di impresa, la possibilità di far valere il vizio di nullità della pronuncia emessa, nella sola ipotesi in cui in materia di impresa si sia pronunciato il Giudice monocratico anziché collegiale, come specificamente previsto dall’art. 50 quater cod. proc. civ., che richiama l’art.161,comma 1, cod. proc. civ. E quindi, la parte potrà far valere, quale vizio autonomo della pronuncia, che ai sensi dell’art. 50 quater cod. proc. civ. non attiene alla costituzione del giudice, il solo fatto che la controversia sia stata decisa dal giudice monocratico anziché collegiale, con le conseguenze indicate nella pronuncia Sez. U. 25/11/2008, n. 28040 ( e vedi le successive decisioni, rese a sezione semplice, del 18/6/2014, n. 13907 e del 20/6/2018, n.16186). 6. Conclusivamente, non sussistendo alcuna questione di competenza nel rapporto tra la sezione ordinaria e la sezione specializzata per l’impresa del medesimo Tribunale, va dichiarata l’inammissibilità del regolamento di competenza, richiesto d’ufficio dal Tribunale di Napoli, sezione specializzata in materia di impresa. Va reso pertanto il seguente principio di diritto: “Il rapporto tra sezione ordinaria e sezione specializzata in materia di impresa, nello specifico caso in cui entrambe le sezioni facciano parte del medesimo ufficio giudiziario, non attiene alla competenza, ma m rientra nella mera ripartizione degli affari interni dell’ufficio giudiziario, da cui l’inammissibilità del regolamento di competenza, richiesto d’ufficio ex art. 45 cod.proc.civ.; deve di contro ritenersi che rientri nell’ambito della competenza in senso proprio la relazione tra Sezione specializzata in materia di impresa e l’ufficio giudiziario , diverso da quello ove la prima sia stata sostituita”.

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Reclamabilita’ della sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esecutivo http://studiodipietro.it/reclamabilita-della-sospensione-dellefficacia-esecutiva-del-titolo-esecutivo/ http://studiodipietro.it/reclamabilita-della-sospensione-dellefficacia-esecutiva-del-titolo-esecutivo/#respond Fri, 26 Jul 2019 05:36:56 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3278 Le Sezioni Unite, enunciando nell’interesse della legge, su richiesta del Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ai sensi dell’art. 363 c.p.c., il principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi, hanno affermato che il provvedimento con cui il giudice dell’opposizione all’esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi …

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L'articolo Reclamabilita’ della sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esecutivo proviene da Studio legale Avvocato Roberto Di Pietro.

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Le Sezioni Unite, enunciando nell’interesse della legge, su richiesta del Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ai sensi dell’art. 363 c.p.c., il principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi, hanno affermato che il provvedimento con cui il giudice dell’opposizione all’esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi dell’art. 615, comma 1, c.p.c., decide sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo è impugnabile col rimedio del reclamo ex art. 669 terdecies c.p.c. al Collegio del tribunale di appartenenza del giudice monocratico – o nel cui circondario ha sede il giudice di pace – che ha emesso il provvedimento.

È la Sentenza n. 19889 del 23/07/2019.

Rileva la Corte che prima degli interventi riformatori del 2006 (a partire cioè dal d.l. 35/2005, conv. con mod. in I. 80/2005, in vigore dal 01/03/2006, su cui v. oltre), non era previsto alcuno strumento generale a tutela, dalle pretese del precettante, di chi era indicato nel precetto debitore e così minacciato di quella, prima dell’inizio del processo esecutivo e tranne i soli casi, appunto reputati eccezionali (e che trovavano causa nell’elaborazione, anteriore al codice del 1942, dell’inizio del processo esecutivo con l’intimazione del precetto), delle opposizioni ai precetti fondati su cambiale (art. 64 legge cambiaria, r.d. 14 dicembre 1933, n. 1669) o su assegno (art. 56 legge assegni, r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736): occorreva, pertanto, che il patrimonio del debitore fosse dapprima in concreto aggredito con l’avvio di un processo esecutivo e solamente in tempo successivo il debitore stesso avrebbe potuto reagire ed ottenere la sospensione.

In un sistema così congegnato, che aveva superato pure il vaglio della Consulta (dopo una prima pronuncia di inammissibilità, di cui a Corte cost. n. 234 del 1992, si era riconosciuta operante la discrezionalità del legislatore tra le diverse opzioni possibili, con Corte cost. n. 81 del 1996; su quest’ultimo punto, in senso sostanzialmente analogo v. pure la recente Corte cost. 189 del 2018, ove ulteriori riferimenti), per venire incontro a tali esigenze si era estesa in via pretoria l’applicazione del generale rimedio, residuale ed atipico, dell’art. 700 cod. proc. civ., riconoscendosi al precettato la possibilità di conseguire un’inibitoria dell’inizio dell’azione esecutiva (con indirizzo ritenuto legittimo da: Cass. 08/02/2000, n. 1372; Cass.18/04/2001, n. 5683; Cass. 19/07/2005, n. 15220), cui corrispondeva un risultato in sostanza analogo alla sospensione dell’efficacia del titolo, perché preclusivo a monte di ogni azione esecutiva su quello fondata: sospensione valida, in altri termini, non soltanto per il singolo processo esecutivo (non ancora iniziato), ma per ogni successivo eventuale processo si fosse voluto fondare su quel titolo, se non almeno su quel precetto.

La nuova disciplina positiva del 2005/06, arricchita nel 2015 con la previsione della limitazione della sospensione alla sola parte ‘non contestata dal debitore, ha inteso colmare in larga parte tale lacuna, prevedendo appunto che il giudice, una volta proposta l’opposizione anteriormente all’inizio del processo esecutivo (da cui la qualificazione, latamente descrittiva ma pure approssimativa e da condividere con cautela, di opposizione pre-esecutiva o a precetto, per distinguerla dall’opposizione esecutiva o ad esecuzione iniziata o a pignoramento), possa intervenire a scongiurare l’esecuzione minacciata o prefigurata col precetto, su specifica istanza di parte; ma contro lo specifico provvedimento reso su quest’ultima non è previsto però, in modo espresso, alcun rimedio.

La fattispecie è regolata dal primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ., che (in esordio della sezione I – «delle opposizioni all’esecuzione» – del capo I – «delle opposizioni del debitore e del terzo assoggettato all’esecuzione» – del titolo V – «delle opposizioni» – del libro III – «del processo di esecuzione», rubricato «forma dell’opposizione») recita oggi: «quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non è ancora iniziata, si può proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore e per territorio a norma dell’articolo . Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l’efficacia esecutiva del titolo. Se il diritto della parte istante è contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata»; ed in particolare, per quel che qui interessa, l’inciso (o proposizione) «Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l’efficacia esecutiva del titolo» è stato introdotto (con decorrenza dal 1° marzo 2006, in virtù di disciplina transitoria più volte modificata) dall’art. 2, comma 3, lett. e), n. 40), del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla I. 14 maggio 2005, n. 80.

Altra determinante norma cui occorre fare qui riferimento è l’art. 624 cod. proc. civ. (rubricato «sospensione per opposizione all’esecuzione»), che, all’esito della medesima serie di riforme del 2005/06 [dapprima con l’art. 2, comma 3, lett. e), n. 42), d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80; norma modificata, prima ancora della sua entrata in vigore addì 01/03/2006, dall’art. 18 della legge 24 febbraio 2006, n. 52], recita ora ai suoi primi due commi: «1. Se è proposta opposizione all’esecuzione a norma degli articoli 615 e 619, il giudice dell’esecuzione, concorrendo gravi motivi, sospende, su istanza di parte, il processo con cauzione o senza. 2. Contro l’ordinanza che Ric. 2019 n. 03400 sez. SU provvede sull’istanza di sospensione è ammesso reclamo ai sensi dell’articolo 669-terdecies. La disposizione di cui al periodo precedente si applica anche al provvedimento di cui all’articolo 512, secondo comma». Prima della riforma, la norma recitava, nei suoi soli complessivi due commi: «1. Se è proposta opposizione all’esecuzione a norma degli articoli 615 secondo comma e 619, il giudice dell’esecuzione, concorrendo gravi motivi, sospende, su istanza di parte, il processo con cauzione o senza. 2. Il giudice sospende totalmente o parzialmente la distribuzione della somma ricavata quando sorge una delle controversie previste nell’articolo 512». E.- L’interpretazione letterale.

È ben vero, da un lato, che il provvedimento di sospensione, di cui all’art. 615, comma primo, cod. proc. civ., si riferisce testualmente all’«efficacia esecutiva del titolo». La formula adoperata è analoga a quella delle inibitorie di provvedimenti giurisdizionali di cognizione impugnati fra gradi o fasi del relativo giudizio: – è il caso dell’art. 283 cod. proc. civ., che consente al giudice dell’appello di sospendere non solo «l’efficacia esecutiva», ma anche «l’esecuzione della sentenza impugnata» (solo quest’ultima formula impiegando invece l’art. 373 cod. proc. civ. in caso di ricorso per cassazione, in senso corrispondente al potere di sospensiva riferito al provvedimento cautelare ed in ipotesi di reclamo ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 669-terdecies cod. proc. civ.); – in parte analogo può dirsi il caso degli artt. 649 e 650 cod. proc. civ., che abilitano, rispettivamente, il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo a sospendere «l’esecuzione provvisoria» già concessa ai sensi dell’art. 642 cod. proc. civ. e quello dell’opposizione tardiva al monitorio a sospenderne «l’esecutorietà»; – ancora, l’art. 830, ult. comma, cod. proc. civ., prevede la possibilità, per la corte d’appello, di «sospendere … l’efficacia» del lodo impugnato di nullità;- pure, l’art. 5, comma primo, d.lgs. 1 settembre 2011, n. 150 (recante, com’è noto, «disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69»), ripreso da altre norme del medesimo testo normativo, testualmente dispone che, nei casi in cui questo prevede la sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato, il giudice, se richiestone e sentite le parti, vi provvede «con ordinanza non impugnabile», quando ricorrono gravi e circostanziate ragioni esplicitamente indicate nella motivazione.

Ed effettivamente le inibitorie dell’esecutività del titolo oggetto di contestazione (sia con impugnazione in senso stretto, che mediante quella peculiare forma di attivazione dell’ordinario giudizio di cognizione a contraddittorio differito ed eventuale che consegue all’opposizione al monitorio, che non può definirsi, contrariamente all’originaria impostazione ermeneutica ed in ossequio alla più recente elaborazione dogmatica, un’impugnazione di questo) sono ricostruite (per quella ai sensi dell’art. 351 cod. proc. civ., per tutte, v.: Cass.08/03/2005, n. 5011; Cass. ord. 12/03/2009, n. 6047; Cass. ord.03/07/2015, n. 13774) o, nel caso degli artt. 373 e 649 cod. proc. civ. e dell’art. 5 d.lgs. 150/11 cit., espressamente qualificate dalla stessa legge come non impugnabili

L’argomento principale contro l’autonoma impugnabilità è l’opposta esigenza di accentuare la celerità dei procedimenti specificamente disciplinati nella loro definizione nel merito e di concentrare l’esame di tutti i correlati profili di opposizione in capo ad un unico giudice (come ricorda, ribadendo l’ampia discrezionalità sul punto riconosciuta al legislatore processuale, Corte cost. 189 del 2018): sicché l’autonoma impugnabilità ostacolerebbe un ordinato sviluppo del processo e la riserva al merito della valutazione delle relative contestazioni.

Eppure, nessuna norma espressa vieta l’impugnabilità dell’ordinanza di sospensione disciplinata dal primo comma dell’art.615 cod. proc. civ., mentre non è decisivo argomento che l’art. 624 cod. proc. civ. preveda quale oggetto del reclamo la sola ordinanza di sospensione resa dal giudice dell’esecuzione, ciò che ne escluderebbe appunto la riferibilità all’opposizione pre-esecutiva, in occasione della quale non vi è, per definizione, ancora alcun giudice dell’esecuzione.

Infatti, proprio nel non lineare sviluppo delle modifiche del testo dell’art. 624 cod. proc. civ., nonostante la persistenza dei soli riferimenti testuali al giudice dell’esecuzione, è stato espressamente espunto dalla disposizione originaria il riferimento al solo secondo comma dell’art. 615 cod. proc. civ. (cioè all’opposizione esecutiva o successiva): ora, pare valido criterio ermeneutico attribuire alla novellazione del testo un senso che potrebbe comportarne un effetto, anziché altro che la renderebbe manifestamente inutile. Pertanto, la norma come novellata in punto di reclamabilità ex art. 669-terdecies cod. proc. civ., benché in effetti rimasta inserita nella disciplina della sospensione normalmente disposta dal giudice dell’esecuzione una volta che questa sia iniziata, deve potersi estendere anche all’ipotesi della sospensione pre-esecutiva, anch’essa disciplinata dall’articolo 615, richiamato nella sua interezza. Ancora, se è vero che il titolo VI del libro III si riferisce in generale alla sospensione del processo esecutivo, non è men vero che la fase tra precetto ed inizio di questo è pur sempre disciplinata nel medesimo libro e che è ad essa talmente funzionale da essere prodromica sì, ma indefettibile, sicché gli istituti generali dell’intero libro possono riferirsi anche ad essa, sia pure con le peculiarità indotte dalla circostanza che il processo ancora soltanto incombe.Infine, a parte l’evidente irragionevolezza della discrasia tra l’irreclamabilità del provvedimento pre-esecutivo (ad effetto potenzialmente più dirompente rispetto a quello della sospensione del solo processo esecutivo, visto che il primo paralizzerebbe ogni futura esecuzione) e la reclamabilità di quello ad esecuzione iniziata, una linea di tendenza del legislatore, almeno in base agli interventi novellatori successivi e meglio riusciti dal punto di vista letterale, si può cogliere nell’introduzione, quale rimedio generale avverso i provvedimenti che incidono sul processo di esecuzione nel senso di differirne l’ordinario corso, proprio del reclamo ai sensi dell’art. 669- terdecies cod. proc. civ. 24. Tanto si deve verosimilmente alla valutazione di preferibilità della maggiore articolazione di una tutela immediata e dell’agilità delle relative forme (e non più anche della garanzia di alterità del decidente, ormai garantita pure nel rimedio generale avverso gli atti del giudice dell’esecuzione, cioè l’opposizione formale di cui all’art.617 cod. proc. civ., in forza della previsione generalizzata dell’art. 186-bis disp. att. cod. proc. civ.): si veda, ad es., la reclamabilità della sola sospensione disposta in sede distributiva dall’art. 512 cod. proc. civ. e quella del provvedimento del giudice dell’esecuzione delegante ai sensi degli artt. 534-ter e 591-ter cod. proc. civ., la cui natura è stata ribadita come interinale in senso proprio – e quindi insuscettibile di impugnazione immediata per cassazione – di recente da questa Corte (Cass. 09/05/2019, n. 12238).

Può così concludersi che il carattere sostanzialmente neutro degli argomenti testuali non elide la possibilità di fondare la reclamabilità ai sensi dell’art. 669-terdecies cod. proc. civ. sulla previsione, pure obiettivamente imprecisa, dell’art. 624 cod. proc. civ. F. L’interpretazione sistematica.

Alla conclusione della reclamabilità si perviene, comunque, in base ad un’interpretazione complessiva e sistematica dell’istituto della sospensione pre-esecutiva, ad iniziare dalla negazione della sua assimilabilità alle inibitorie interpretate o definite come non impugnabili, per ricostruire la sua funzione quale cautelare in senso proprio, benché connotato dalla peculiarità dell’azione di cognizione cui accede e, quindi, sui generis. Infatti, l’argomento dell’intollerabilità di una tendenziale instabilità dei provvedimenti di sospensione dell’esecutività del titolo, speso per ricostruirne la non impugnabilità nei casi in cui non sia in modo espresso sancita, non può comportare l’estensione di tale conclusione al caso in esame: a parte il fatto che la previsione di rigorosi termini di impugnativa (e comunque escluse la modifica o la revoca) circoscriverebbe in modo soddisfacente il periodo di instabilità, un tale argomento si riferisce a segmenti processuali o fasi incidentali di gradi o fasi di un pur sempre unitario processo di cognizione, in attesa ed in funzione della definitività dell’accertamento già consacrato nel titolo giudiziale provvisoriamente esecutivo; e soltanto in tali evenienze i provvedimenti di inibitoria debbono definirsi ordinatori e non decisori, ma cautelari solamente in senso lato e, in quanto tali, congruamente non reclamabili. L’inibitoria del titolo esecutivo giudiziale (o, come in molti dei casi disciplinati dal d.lgs. 150/11, già richiamati, di quello paragiudiziale, vale a dire costituito da un atto di formazione non giudiziale contenente un’ingiunzione di pagamento in forza di un potere autoritativo conferito in forza di un pubblico potere ed al quale il destinatario ha un vero e proprio onere di opporsi per attivare la propria tutela giurisdizionale: Cass. ord. 22/09/2017, n. 22075) in pendenza della sua impugnazione od opposizione è cioè ben diversa dalla sospensiva in esame. 29. Infatti, nonostante il potere conferito al giudice dal primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ. riguardi testualmente l’efficacia esecutiva del titolo, non è però l’impugnazione di questo l’oggetto dell’opposizione pre-esecutiva, la quale mira invece, per il momento in cui interviene, a contestare il diritto del creditore ad agire in via esecutiva sulla base del precetto come in concreto formulato ed intimato e, quindi, mira a contrastare quella particolare connotazione del diritto di procedere in executivis impressa con la specifica minaccia contenuta nel precetto medesimo.

Ma la contestazione del diritto ad agire in via esecutiva non integra, in senso tecnico, un’impugnazione del titolo posto a base del precetto e, così, dell’esecuzione che sull’uno e sull’altro si minaccia.

Nel caso di titolo esecutivo giudiziale, infatti, con l’opposizione (al pari di quella all’esecuzione già iniziata sulla base di quello) non si può giammai addurre alcuna contestazione su fatti anteriori alla sua formazione o alla sua definitività, poiché quelle avrebbero dovuto dedursi esclusivamente coi mezzi di impugnazione previsti dall’ordinamento contro di quello (per tutte: Cass. 17/02/2011, n. 3850; Cass. 25/02/2016, n. 3712; Cass. Sez. U. 23/01/2015, n. 1238; Cass. ord. 21/09/17, n. 21954), mentre quelle per fatti posteriori alla definitività o alla maturazione delle preclusioni per farli in quella sede valere non integrano, a stretto rigore, un’impugnazione del titolo, ma appunto l’articolazione di fatti di cui quello non ha legittimamente potuto tener conto e per la cui omessa considerazione non potrebbe mai considerarsi inficiato: ed in entrambi i casi non può tecnicamente impugnarsi un titolo per un vizio non suo proprio.

Nel caso di opposizione a precetto su titolo stragiudiziale, poi, a stretto rigore non si impugna, se non in via descrittiva o atecnica, il contratto o il negozio o il provvedimento cui – in casi ben definiti – l’ordinamento riconosce quell’efficacia esecutiva prima di un accertamento giudiziale ed anzi a prescindere da quello per esigenze di correntezza dei rapporti, visto che si attiva appunto un’ordinaria azione per sovvertire l’apparenza dell’esecutività del titolo a favore di chi vi appare come creditore (e solo come domanda accessoria potendo ammettersi quella sul merito della pretesa ivi consacrata) e scongiurare che quest’ultimo possa agire in via esecutiva in base a quello specifico titolo.

Non vi è allora identità di funzione o di natura tra le misure inibitorie del titolo esecutivo in sede di sua impugnazione (o di opposizione al titolo costituito da un decreto ingiuntivo o altro paragiudiziale) e la misura in esame, che si situa a valle dell’emanazione del titolo stesso e, non potendo in via principale riguardare intrinseche ragioni di illegittimità di cuello, a monte dell’incombente processo esecutivo.

In questa fase non si contesta, per quanto detto, il diritto in sé come consacrato nel titolo, ma specificamente il diritto del creditore ad agire in via esecutiva per conseguire il concreto soddisfacimento delle ragioni riconosciutegli; la contestazione del diritto di agire in via esecutiva non solo non si esaurisce, ma neppure coincide necessariamente con la contestazione del titolo, nei ristretti limiti in cui quella possa ancora avere luogo per quello giudiziale o nell’accezione ampia nel caso dello stragiudiziale e del paragiudiziale, ben potendo invece involgere numerosi elementi anche ad esso del tutto estrinseci.

Basti pensare, fra tutti gli altri ed a titolo esemplificativo, all’adduzione dell’eccessività della pretesa (non solo ove si contesti parte dei compensi e del rimborso delle spese lega i autoliquidati in precetto, ma anche in ipotesi di autoliquidazione della stessa sorta capitale su legittima iniziativa del creditore, come bene avverrebbe in ipotesi di provvedimenti ai sensi dell’art. 614-bis cod. proc. civ. – così determinato l’esatto ammontare del credito già recato da un titolo esecutivo tale definito dalla norma e quindi perfetto – oppure in caso di eterointegrazione del titolo stesso secondo i principi di Cass. Sez. U. 02/07/2012, n. 11066, come declinati dalla giurisprudenza successiva, ad iniziare da Cass. 17/01/2013, n. 1027) od alla sussistenza della legittimazione attiva o passiva all’azione esecutiva per ragioni diverse da quelle accertate nel titolo (ad esempio, per l’operatività di un beneficium ordinis od excussionis, o per la contestata qualità di erede o successore del creditore, ovvero del debitore o coobbligato cui il titolo si estenda senza altra formalità). G. La natura e l’oggetto dell’opposizione pre-esecutiva e della sospensione ivi prevista.

Va esclusa quindi la rilevanza, a favore della non autonoma sua impugnabilità, di analogie con le inibitorie in caso di impugnazioni del titolo giudiziale (o in caso di opposizione a decreto ingiuntivo), perché le similitudini non sussistono, a dispetto dell’impiego di espressioni letterali similari.

La sospensione dell’efficacia disciplinata dal primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ. si inserisce in una fase particolare della tutela del diritto, che sta tra il suo riconoscimento, anche solo provvisorio in mancanza di giudicato su quello giudiziale, consacrato in un titolo esecutivo ed il suo concreto azionamento; e, a differenza degli oggetti delle inibitorie tradizionali, i titoli esecutivi presupposti nelle opposizioni pre-esecutive non sono stati sottoposti a preventiva verifica giurisdizionale, per quanto provvisoria, per i motivi posti a base della domanda: non quelli giudiziali, perché istituzionalmente opponibili soltanto per fatti diversi, non quelli stragiudiziali (e nemmeno quelli paragiudiziali), perché per definizione mai prima scrutinati dal giudice. Piuttosto, è proprio la considerazione di natura ed oggetto dell’opposizione pre-esecutiva a consentire di ricostruire quelli del provvedimento in esame quali presupposti della reclamabilità. L’opposizione pre-esecutiva investe il diritto ad agire in via esecutiva, sicché il suo esito vittorioso per l’opponente non potrebbe essere che il riconoscimento dell’inesistenza di quello stesso diritto e quindi dell’illegittimità della minaccia in sé dell’esecuzione, come operata con il precetto, ma pure dell’esecuzione ove poi in concreto intrapresa; ed una valida misura che potesse, per la necessità di assicurare una cautela peculiare al precettato opponente, anticipare questo effetto non potrebbe porsi che in un momento logicamente intermedio tra la delibazione dell’esecutività del titolo e l’inizio dell’esecuzione, non incidendo quindi direttamente sulla prima ma precludendo oggettivamente il secondo.

Pertanto, il tenore letterale della disposizione si modella sì sulla contigua fattispecie dell’inibitoria del titolo giudiziale impugnato, ma, poiché questa differisce sensibilmente dall’altra, la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo, quest’ultima efficacia essendo il presupposto per iniziare non già l’esecuzione in astratto ma come connotata nel precetto, è limitata alle ragioni dell’opposizione al precetto stesso e, quindi, il suo effetto è inibire lo sviluppo processuale consistente negli snodi successivi alla notificazione di quel precetto, cioè l’inizio dell’esecuzione.

Un argomento testuale in tal senso si desume oggi, ma verosimilmente quale estrinsecazione di un principio immanente e senza alcuna valenza innovativa, dall’ulteriore previsione introdotta nell’art. 615, primo comma, cod. proc. civ. (dal d.l. 27 giugno 2015, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2015, n. 132, applicabile anche ai procedimenti pendenti alla data della sua entrata in vigore), a mente della quale, «se il diritto della parte istante è contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata»: ciò che comporta quindi una sospensione parziale del titolo, ma pur sempre appunto in relazione ad un diritto, che non può essere altro che quello di procedere esecutivamente.

E tanto conferma che la sospensione dell’esecutività in caso di opposizione a precetto può essere in qualche modo limitata, o forse meglio circoscritta, a quella peculiare contestazione come in concreto proposta, con la conseguenza che l’efficacia esecutiva per la parte residua pienamente sussiste ed abilita il precettante a proseguire nella minacciata esecuzione.

H. I presupposti e la struttura della sospensione pre-esecutiva.

Tanto consente di affermare la natura cautelare sui generis – in relazione cioè alla natura ed alla struttura dell’azione peculiare cui accede – del provvedimento in esame, nell’ambito del microsistema o sottosistema del rito processuale dell’esecuzione civile, caratterizzato dalla puntuale previsione di suoi propri presupposti e snodi procedimentali: con la conseguenza che, in difetto di norme speciali proprie di tale sottosistema, si applicheranno quelle dei corrispondenti istituti del processo civile. 44. Pertanto, i gravi motivi in base a cui concedere la sospensione pre-esecutiva non coincidono sic et simpliciter con il periculum in mora ed il fumus boni iuris sempre necessari per ogni provvedimento cautelare: il primo si identifica con la plausibile fondatezza dell’opposizione e purché non si palesi l’inammissibilità della stessa contestazione del titolo (come nel caso di quello giudiziale per fatti non azionati nel giudizio di cognizione, o perfino il difetto di giurisdizione sul merito: casi nei quali, a differenza del processo amministrativo, è da ritenersi precluso al giudice di adottare qualunque cautela) ed il secondo va assunto in un’accezione affatto peculiare, cioè di rischio di un pregiudizio per il debitore che ecceda quello normalmente indotto dall’esecuzione, di per sé integrante un’invasione della sfera giuridica dell’esecutato, ma operata secundum legem, in quanto indispensabile alla funzionalità dell’intero ordinamento giuridico, che esige che i propri comandi (nel caso di specie, contenuti nel titolo) siano rispettati. Ancora, nel microsistema delle opposizioni la norma speciale che conferisce al giudice della dispiegata opposizione pre-esecutiva la competenza a decidere sulle istanze di sospensione fonda il relativo potere anche in capo al giudice di pace, ma in via assolutamente eccezionale ed in quanto formalmente conferita da un’espressa disposizione derogatoria per specialità – quella di cui all’art. 615 cod. proc. civ. in combinato disposto con le ordinarie regole di competenza anche per materia e valore – rispetto all’art. 669-bis cod. proc. civ.; mentre non tanto l’esigenza di una celere definizione degli incidenti cognitivi, resa manifesta dalla sottrazione proprio delle opposizioni (anche pre-esecutive) alla sospensione feriale dei termini, quanto piuttosto l’indeducibilità di motivi nuovi nelle opposizioni stesse (per tutte: Cass. ord. 09/06/2014, n. 12981; Cass. 07/08/2013, n. 18761) esclude l’applicazione delle norme in tema di modifica o revoca od inefficacia od attuazione, tutte tali evenienze dovendo semmai ricondursi, nei limiti della loro circoscritta ammissibilità, alla definizione con sentenza in primo grado o, a tutto concedere, in sede di processo esecutivo eventualmente comunque intrapreso. La stessa natura sui generis dell’azione di opposizione pre- esecutiva si riverbera sul concreto contenuto del provvedimento cautelare ad esso connaturato: il quale non potrà che rapportarsi alla causa petendi azionata e comportare allora la delimitazione della sospensione eventualmente concessa, benché riferita formalmente – in ossequio alla lettera della disposizione – all’efficacia esecutiva del titolo, ai motivi dedotti con l’opposizione, con anche solo implicita salvezza, da un lato, dell’azionabilità sotto qualunque altro profilo e, dall’altro, della reiterabilità del precetto che elimini le ragioni di illegittimità eventualmente già delibate, ove possibile e finanche se riferite al titolo esecutivo su cui il precetto stesso si fonda. Tale ricostruzione ha il vantaggio di razionalizzare il sistema con l’esaurimento di ogni esigenza cautelare e di evitare di dover continuare a ricorrere, nelle zone grigie, alla tutela innominata di cui all’art. 700 cod. proc. civ. (per la quale, poi, per definizione non sarebbe neppure in discussione la reclamabilità), visto che la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo per vizi non suoi propri avrà il solo effetto di inibire l’inizio della procedura esecutiva in base a quel precetto ed ove non ne vengano rimossi i vizi già delibati.

I. Le conseguenze della ricostruzione della natura cautelare della sospensione pre-esecutiva.

In definitiva: da un lato, non sussistono le ragioni per estendere la non impugnabilità di sistema propria delle inibitorie in sede di impugnazione del titolo giudiziale, mentre non vi è alcuna espressa sanzione di non impugnabilità; dall’altro lato, la natura di provvedimento cautelare, benché sui generis, in difetto di norma derogatoria esplicita comporta la reclamabilità ai sensi dell’art. 669- terdecies cod. proc. civ.; e tanto: – sia che si voglia ritenere sufficiente un’applicazione diretta dell’art. 669-quaterdecies del medesimo codice, benché in relazione alla peculiarità dell’oggetto e della struttura della domanda di merito cui la misura è finalizzata, – sia che si voglia ritenere la previsione dell’art. 624 cod. proc. civ., al netto dell’effettivamente improprio ancoraggio al provvedimento reso da un giudice dell’esecuzione, quale codificazione di un principio generale di reclamabilità dei provvedimenti ordinatori del giudice che rimoduli la scansione dei tempi delle sequenze procedimentali dell’esecuzione, in quelle comprese quelle che al processo esecutivo sono indissolubilmente funzionalmente prodromiche, come appunto quella intercorrente tra la notifica del precetto e l’avvio dell’esecuzione. 49. Una simile ricostruzione del potere cautelare del giudice dell’opposizione pre-esecutiva è coerente anche coi principi che regolano il contiguo potere del giudice dell’opposizione ad esecuzione già iniziata (ai sensi degli artt. 624 cpv. e 615 cpv. cod. proc. civ.): – una volta ribadita la tradizionale conclusione per un rapporto di litispendenza tra le due opposizioni (per tutte: Cass. 10/08/1963, n. 2275; Cass. 22/04/1970, n. 1157; Cass. 07/04/1972, n. 1034; Cass.17/11/1976, n. 4293; Cass. 24/10/1986, n. 6235; Cass. ord.20/07/2010, n. 17037); Ric. 2019 n. 03400 sez. SU – ud. 02-07-2019 -20- – e ribadito pure che il potere del giudice dell’opposizione pre- esecutiva si riferisce all’idoneità del titolo ad essere posto a base di ogni esecuzione astrattamente fondata sul medesimo come in concreto azionato con quello specifico precetto, mentre il potere del giudice dell’esecuzione iniziata può incidere solo sullo specifico singolo processo esecutivo pendente dinanzi a lui; – i rispettivi poteri, ove – beninteso e adeguatamente sottolineato – le richieste di sospensiva si basino sugli stessi identici motivi, non possono dirsi concorrenti, ma mutuamente esclusivi: il giudice adito in tempo successivo deve ritenersi privo di potestas iudicandi anche sulle relative misure cautelari di competenza; – il giudice del processo esecutivo comunque iniziato resterà impossibilitato a discostarsi dalle misure adottate, ma limitatamente alle domande fondate sull’identica causa petendi (ciò che costituisce il presupposto ineliminabile della litispendenza), dal giudice preventivamente adito: la sospensione pre-esecutiva si atteggia quale causa di sospensione esterna per la singola esecuzione comunque intrapresa, da riconoscersi senza formalità dal giudice dell’esecuzione (ai sensi dell’art. 623 e non pure – a meno che non la disponga anche per altri motivi a lui solo sottoposti – dell’art. 624 cod. proc. civ.). Ne consegue che il provvedimento reso dal giudice dell’opposizione pre-esecutiva (o, come descrittivamente definita, a precetto) sarà suscettibile, anche ove pronunciato dal giudice di pace adito, di reclamo al Collegio del tribunale competente, cioè – stavolta in applicazione di regole proprie del procedimento cautelare uniforme, non espressamente derogate da quelle del sottosistema del processo esecutivo e dei suoi incidenti cognitivi – quello cui appartiene il giudice monocratico che ha reso il provvedimento sull’istanza. 51. Analoga competenza sul reclamo spetterà al collegio del tribunale del circondario in cui ha sede il giudice di pace adito, sulla misura cautelare competente in via eccezionale in virtù dell’espressa previsione derogatoria della generale sua esclusione di potestà in tal campo: ma stavolta in base ad un’interpretazione di sistema, per l’assenza istituzionale di un collegio nell’ufficio di quel giudice.

L.- Conclusioni.

Pertanto, riepilogando: – la lettera dell’art. 624 cpc rimane un dato neutro, ma la sua estensione, con la legge n. 52/06, ad ogni ipotesi di sospensione (benché tuttora riferita al giudice dell’esecuzione) può esprimere un principio generale di immediata controllabilità dei provvedimenti di alterazione della normale consecuzione delle fasi del processo esecutivo, tra cui considerare quella, ad esso prodromica ma immancabile, tra notificazione del precetto ed inizio del processo esecutivo in senso stretto; – oggetto dell’opposizione pre-esecutiva è la contestazione del diritto del creditore di agire in executivis: pertanto, oggetto dell’azione non è il titolo esecutivo, il quale, se giudiziale, è intangibile in quanto tale, mentre, se stragiudiziale, si risolve in un atto di parte insuscettibile di impugnazione in senso tecnico e mai prima sottoposto ad un giudice; – la sospensione anteriore al pignoramento mira ad anticipare l’effetto finale proprio dell’azione di cognizione cui accede quale misura interinale, cioè la declaratoria di inesistenza (anche per fatti sopravvenuti o anche solo parziale) di tale diritto di agire in executivis; – se dev’essere finalizzata all’esito finale di una tale domanda, la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo ha natura cautelare sui generis, in quanto correlata al peculiare oggetto dell’opposizione pre- esecutiva; – tale qualificazione esclude l’analogia con le inibitorie dei titoli esecutivi giudiziali (artt. 351, 373, 649 cpc), sicché non è valido argomento per negare l’irreclamabilità la non impugnabilità elaborata o affermata per queste ultime; tale qualificazione comporta l’applicabilità anche in via immediata dell’art. 669-terdecies cod. proc. civ., sebbene comunque ben possa argomentarsi per un principio generale posto dall’art. 624; – tale qualificazione esclude l’applicazione delle norme del processo cautelare uniforme in presenza di norme speciali, sicché, in pratica, essendo la sospensione anche pre-esecutiva compiutamente regolata in ogni altro aspetto da queste ultime (trattandosi di un vero e proprio microsistema o sottosistema di norme processuali, connotato da una sua spiccata specialità in funzione della sua strutturale finalizzazione al processo esecutivo), la sola ad applicarsi di quel rito uniforme è proprio quella in tema di reclamabilità (669-terdecies cod. proc. civ.); – la funzionalizzazione della sospensione pre-esecutiva all’oggetto dell’opposizione consente di interpretare la prima nel senso sostanziale di inibitoria dell’esecuzione come specificamente minacciata con quel precetto, così garantita piena tutela cautelare prima dell’inizio dell’esecuzione; – in tal modo, la sospensione pre-esecutiva concorre e coesiste con quella dell’esecuzione una volta che questa sia iniziata, ma restando i relativi analoghi poteri, purché le causae petendi delle due azioni siano identiche, mutuamente esclusivi in forza delle regole sulla litispendenza: così, fino all’inizio dell’esecuzione il potere di sospensione spetta al giudice dell’opposizione pre-esecutiva e, dopo, al giudice dell’esecuzione, il quale pure deve dare atto, ai sensi dell’art. 623 cod. proc. civ., dell’eventuale sospensione esterna disposta dall’altro. 53.- In conclusione, sulla richiesta del Procuratore Generale ai sensi del primo comma dell’art. 363 cod. proc. civ. queste Sezioni Unite si determinano ad enunciare il seguente principio di diritto: «il provvedimento con il quale il giudice dell’opposizione all’esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi del primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ., decide sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo è impugnabile col rimedio del Ric. 2019 n. 03400 sez. SU – ud. 02-07-2019 -23- reclamo ai sensi dell’art. 669-terdecies cod. proc. civ. al Collegio del tribunale cui appartiene il giudice monocratico – o nel cui circondario ha sede il giudice di pace – che ha emesso il provvedimento»

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Rassegna giurisprudenziale su PCT al 30.6.2019 http://studiodipietro.it/rassegna-giurisprudenziale-su-pct-al-30-6-2019/ http://studiodipietro.it/rassegna-giurisprudenziale-su-pct-al-30-6-2019/#respond Thu, 25 Jul 2019 04:47:19 +0000 http://studiodipietro.it/rassegna-giurisprudenziale-su-pct-al-30-6-2019/ Pubblicata sul sito della Cassazione la rassegna in oggetto. Ecco il documento pct_rassegna_tematica_della_giurisprudenza_di_legittimita_sul_pct_30_giugno_2019.pdf

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Opposizione a decreto ingiuntivo: su chi incombe l’onore di introdurre il procedimento di mediazione? http://studiodipietro.it/opposizione-a-decreto-ingiuntivo-su-chi-incombe-lonore-di-introdurre-il-procedimento-di-mediazione/ http://studiodipietro.it/opposizione-a-decreto-ingiuntivo-su-chi-incombe-lonore-di-introdurre-il-procedimento-di-mediazione/#respond Sat, 20 Jul 2019 05:29:44 +0000 http://studiodipietro.it/opposizione-a-decreto-ingiuntivo-su-chi-incombe-lonore-di-introdurre-il-procedimento-di-mediazione/ Con ordinanza n. 18741 del 12.7.2019 la Terza Sezione civile della Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c., la seguente questione di massima di particolare importanza: se, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, l’onere di esperire il tentativo obbligatorio di mediazione ricada …

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Con ordinanza n. 18741 del 12.7.2019 la Terza Sezione civile della Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c., la seguente questione di massima di particolare importanza: se, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, l’onere di esperire il tentativo obbligatorio di mediazione ricada sul debitore opponente, in quanto parte interessata all’instaurazione e alla prosecuzione del processo ordinario di cognizione, posto che, in difetto, il decreto acquista esecutorietà e passa in giudicato, ovvero sulla parte opposta, che ha proposto la domanda di ingiunzione ed è attore in senso sostanziale, tenuto conto che l’art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010 onera dell’attivazione della condizione di procedibilità della domanda giudiziale “chi intende esercitare in giudizio una azione”.

Premette la Corte che in base all’art. 5 d. Igs. 4 marzo 2010, n. 28, chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia in una delle materie indicate dalla medesima disposizione, fra cui quella del caso di specie (contratti bancari), è tenuto preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione, previsto dal medesimo decreto legislativo, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale. L’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza. Se la mediazione è già iniziata, ma non si è conclusa, il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di durata del procedimento di mediazione (non superiore a tre mesi). Allo stesso modo provvede quando la mediazione non è stata esperita, assegnando contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda. Il termine, secondo quanto si evince dalla disciplina indicata, è assegnato contestualmente alle parti, ma è evidente che è interesse della parte che ha proposto la domanda esperire il procedimento di mediazione, posto che ne va della stessa procedibilità della domanda. Il quarto comma dell’art. 5 prevede, fra l’altro, che l’indicata disciplina non si applica ai procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione. Ne discende che, costituendo i provvedimenti di cui agli artt. 648 e 649 cod. proc. civ. una mera eventualità nel processo, il procedimento di mediazione potrebbe non trovare per nulla applicazione nell’opposizione a decreto ingiuntivo. Inoltre mentre per l’esecuzione provvisoria è previsto che il giudice istruttore provveda in prima udienza, non altrettanto è disposto per la sospensione dell’esecuzione provvisoria concessa in sede di emissione del decreto ingiuntivo. La disciplina dell’eccezione o rilievo d’ufficio alla prima udienza dovrebbe quindi essere coordinata con la specialità del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo. Benché il legislatore non indichi chi, fra l’opposto e l’opponente debba ritenersi onerato della proposizione dell’istanza di mediazione, si deve accertare su quale soggetto ricadano le conseguenze negative dell’improcedibilità, nel caso di mancata proposizione dell’istanza nonostante il termine assegnato dal giudice.

Ciascuna delle due opzioni in ordine all’esperimento della mediazione, quella grava il debitore opponente e quella che grava il credito opposto, è assistita da ragioni tecniche.

Si può sostenere in primo luogo, come affermato da Cass. 3 dicembre 2015, n. 24629, che l’onere processuale ricada in capo al debitore opponente in quanto parte interessata all’instaurazione e alla prosecuzione del processo ordinario di cognizione, posto che, in mancanza di opposizione o in caso di estinzione del processo, il decreto acquista esecutorietà e passa in cosa giudicata. Proprio perché la parte interessata ad instaurare il giudizio di cognizione, ed a coltivarlo affinché pervenga alla decisione di merito, è il debitore opponente, su di lui dovrebbero ricadere le conseguenze negative nel caso di mancato esperimento del procedimento di mediazione.

Per contro si può sostenere che l’onere processuale sia a carico del creditore ingiungente. Militerebbe in tal senso la circostanza che l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale e che nel caso dell’opposizione a decreto ingiuntivo, come è noto, attore in senso sostanziale è l’ingiunto che ha proposto la domanda di ingiunzione. Con la proposizione dell’opposizione la vertenza torna ad essere quella dell’accertamento dell’an e del quantum del credito in sede di cognizione piena e l’art. 5 del d. Igs. n. 28 del 2010 onera dell’attivazione della condizione di procedibilità «chi intende esercitare in giudizio un’azione».

Per il vero, stante la funzione discriminante ai fini dell’applicazione della disciplina in discorso dei provvedimenti di cui agli artt. 648 e 649, è stato anche proposto in dottrina che l’onere sia in capo all’opposto qualora sia stata disposta la sospensione dell’esecuzione provvisoria e in capo all’opponente se sia stata concessa l’esecuzione provvisoria del decreto, ma la soluzione interpretativa, a parte l’assenza di un chiaro fondamento normativo, non pare al Collegio condivisibile perché disarticola l’onere processuale dalla domanda, ovvero dall’atto di opposizione, laddove invece l’esperimento della mediazione resta condizione di procedibilità della domanda.

Le due indicate posizioni sono in realtà proiezione di principi costituzionali.

Per quanto concerne la tesi dell’onere a carico del debitore opponente il principio di riferimento è stato illustrato da Cass. 3 dicembre 2015, n. 24629 nei seguenti termini: «attraverso il decreto ingiuntivo l’attore ha scelto la linea deflattiva coerente con la logica dell’efficienza processuale e della ragionevole durata del processo. E’ l’opponente che ha il potere e l’interesse ad introdurre il giudizio di merito, cioè la soluzione più dispendiosa, osteggiata dal legislatore. E’ dunque sull’opponente che deve gravare l’onere della mediazione obbligatoria perché è l’opponente che intende precludere la via breve per percorrere la via lunga. La diversa soluzione sarebbe palesemente irrazionale perché premierebbe la passività dell’opponente e accrescerebbe gli oneri della parte creditrice». Si fa quindi riferimento in questo caso, oltre che alle ragioni proprie del procedimento monitorio, ispirate ad efficienza ed economia processuale, al principio costituzionale di ragionevole durata del processo.

Per quanto concerne la tesi dell’onere a carico del creditore opposto l’esigenza che viene in rilievo è quella che l’accesso alla giurisdizione condizionata al previo adempimento di oneri non può tradursi nella perdita del diritto di agire in giudizio tutelato dall’art. 24 Cost., come affermato da Corte cost. 16 aprile 2014, n. 98 (e non deve violare il principio della tutela giurisdizionale effettiva, come affermato da Corte giust. 18 marzo 2010, cause riunite C-317/08, C- 318/08, C-319/08 e C-320/08 in relazione al tentativo obbligatorio di conciliazione in materia di comunicazioni elettroniche). Il diritto di agire in giudizio, in termini di diritto di accertamento negativo del credito, potrebbe essere compromesso dall’esecutività ed immutabilità del decreto ingiuntivo che conseguirebbe alla pronuncia di improcedibilità per non avere il debitore opponente assolto l’onere a suo carico, senza che tale ipotesi possa equipararsi a quella dell’acquisto dell’efficacia esecutiva da parte del decreto per effetto dell’estinzione del processo (art. 653, comma 1, cod. proc. civ.), la quale è conseguenza dell’inattività della parte all’interno del processo, una volta che il diritto di azione sia stato esercitato, mentre nell’ipotesi in esame l’irretrattabilità del decreto ingiuntivo, e la relativa perdita del diritto di agire in giudizio, deriverebbero dall’inattività relativa ad un rimedio preventivo rispetto al processo. Nel caso invece di onere incombente sul creditore opposto, alla pronuncia in rito di improcedibilità dovrebbe accompagnarsi la revoca del decreto ingiuntivo, ma resterebbe pur sempre ferma la possibilità per il creditore di riproporre la domanda (anche di semplice ingiunzione).

Ritiene il Collegio che sussista il presupposto della questione di massima di particolare importanza che giustifica la rimessione alle Sezioni Unite. Entrambe le posizioni evidenziate sono assistite da valide ragioni tecniche e appaiono essere proiezione di diversi principi. La questione riveste particolare importanza perché tocca un tema sul quale, per riprendere le parole di Cass. 15 dicembre 2011 n. 27063 (con cui fu chiesta la valutazione di opportunità della rimessione alle Sezioni Unite in ordine alla questione della fattibilità del concordato preventivo), «si registra non solo un ampio dibattito in dottrina ma anche un tuttora non sopito contrasto nella giurisprudenza di merito, reso più acuto dalla frequenza delle questioni che in siffatta materia vengono sottoposte a giudizio». La vastità del contenzioso interessato dalla mediazione (condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari), ed il diffuso ricorso al procedimento monitorio, richiedono a parere del Collegio, in considerazione dei presupposti evidenziati, la rilevanza nomofilattica della pronuncia delle Sezioni Unite. P. Q. M. La corte rimette gli atti al Primo presidente per consentirgli di valutare l’opportunità che il ricorso sia sottoposto all’esame

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Le Sezioni Unite sulla garanzia per vizi nella compravendita. http://studiodipietro.it/le-sezioni-unite-sulla-garanzia-per-vizi-nella-compravendita/ http://studiodipietro.it/le-sezioni-unite-sulla-garanzia-per-vizi-nella-compravendita/#respond Tue, 16 Jul 2019 05:06:07 +0000 http://studiodipietro.it/le-sezioni-unite-sulla-garanzia-per-vizi-nella-compravendita/ Importante e dai notevoli risvolti pratici è la sentenza delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione n. 18672 dell’11.07.2019 sulle modalità per far valere la garanzia per i vizi in tema di compravendita ed in particolare su come interromper la prescrizione. La Suprema Corte ha infatti, su questione di massima di particolare importanza, ha …

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Importante e dai notevoli risvolti pratici è la sentenza delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione n. 18672 dell’11.07.2019 sulle modalità per far valere la garanzia per i vizi in tema di compravendita ed in particolare su come interromper la prescrizione.

La Suprema Corte ha infatti, su questione di massima di particolare importanza, ha affermato il seguente principio di diritto: “Nel contratto di compravendita costituiscono – ai sensi dell’art. 2943, comma 4, c.c. – idonei atti interruttivi della prescrizione dell’azione di garanzia per i vizi, prevista dall’art. 1495, comma 3 c.c., le manifestazioni extragiudiziali di volontà del compratore compiute nelle forme di cui all’art. 1219, comma 1, c.c., con la produzione dell’effetto generale contemplato dall’art. 2945, comma 1, c.c.”.

Con ordinanza n. 23857/2018, depositata il 31 gennaio 2018, la Seconda Sezione civile ha rilevato l’emergenza di una questione di massima di particolare importanza riferita all’istituto della garanzia per vizi nel contratto di compravendita e, specificamente, sull’aspetto se siano configurabili idonei atti interruttivi della prescrizione prevista dall’art. 1495, comma 3, c.c., ai sensi degli artt. 2943 e segg. c.c., diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale, e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie.

Su tale questione si sono essenzialmente formati due orientamenti contrastanti nella giurisprudenza della Corte.

Secondo un primo indirizzo, la prescrizione della garanzia, stabilita dall’art. 1495, comma 3, c.c. in un anno, è interrotta dalla manifestazione stragiudiziale al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, anche se il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto. Ai fini interruttivi, peraltro, non sarebbe necessaria la precisazione del tipo di tutela giudiziaria che il compratore intende richiedere né risulterebbe rilevante che egli riservi ad un momento successivo tale scelta. In tal senso si è espressa Cass., sez. 2, 10 settembre 1999, n. 9630 e, ancor prima, si era pronunciata nello stesso senso Cass., sez. 2, 6 giugno 1977, n. 2322. Tale orientamento è stato poi ripreso da Cass., Sez. 2, 8 luglio 2010, n. 18035 e da Cass., Sez. 2, 10 novembre 2015, n. 22903.

Secondo un diverso orientamento, invece, la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo ha natura di diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Conseguentemente, si è ritenuto che il termine di prescrizione per l’esercizio di tali azioni possa essere interrotto unicamente attraverso la domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora ex art. 1219, comma 1, c.c. i quali si attagliano ai diritti di credito ma non ai diritti potestativi. Quale espressione di questo orientamento sono richiamate le pronunce della Seconda sezione n. 18477 del 2003, n. 20332 del 2007 e n. 20705 del 2017.

Le Sezioni Unite preliminarmente procedono a una sintesi di massima sugli aspetti generali maggiormente precipui della regolamentazione che presiede alla tutela della garanzia per i vizi dell’oggetto della compravendita.

Al termine di tale disamina le Sezioni Unite risolvono nel senso suddetto la questione controversa.

Ecco il passo della motivazione.

“Ritiene il Collegio che la questione individuata nell’ordinanza interlocutoria della Seconda sezione n. 23857/2018 debba essere risolta accedendo all’impostazione e al relativo percorso ermeneutico adottati, in prima battuta, con la sentenza n. 9630/1999 e poi ripresi dalla sentenza n. 22903/2015, con cui si è statuito il principio alla stregua del quale la prescrizione della garanzia per vizi è interrotta dalla comunicazione al venditore della volontà del compratore di esercitarla benché questi riservi ad un momento successivo la scelta del tipo di tutela, dovendosi escludere che la riserva concerna un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione. Come prevede l’art. 1495, comma 3, c.c. l’azione di garanzia per i vizi e la mancanza di qualità dovute si prescrive in un anno dalla consegna. Questo termine breve (di natura eccezionale – è, perciò, non estensibile al di fuori dei casi previsti – così fissato dal legislatore per garantire la stabilizzazione, in tempi circoscritti, dei rapporti economici riconducibili alle contrattazioni in tema di compravendita), che si collega all’onere della preventiva denuncia il cui assolvimento è prescritto dal comma 1 dell’art. 1495 c.c., concerne la tutela contrattuale del compratore per far valere l’inesatto adempimento per difettosità del bene oggetto della vendita, a prescindere dal rimedio. Il presupposto di fondo, quindi, consiste nella configurazione di tale responsabilità dell’acquirente come obbligazione derivante “ex contractu” nei termini precedentemente precisati (v. paragr. 2.4). E’ il momento della consegna che individua il “dies a quo” della decorrenza di tale termine di prescrizione. E’, altresì, pacifico che, ove la consegna non sia accettata, il termine prescrizionale abbreviato in questione non decorre, poiché il rifiuto dell’acquirente non consente di considerare eseguita la prestazione. Ai sensi dello stesso art. 1495, comma 3, c.c., il compratore può avvalersi della garanzia in esame anche oltre il suddetto termine prescrizionale allorquando sia il venditore ad agire per l’esecuzione del contratto. Al di là della descritta peculiarità della disciplina della prescrizione in questione, le Sezioni unite ritengono che – per quanto non espressamente previsto – trovi applicazione la disciplina generale in tema di prescrizione, con la conseguente operatività, tra l’altro, delle ordinarie cause di interruzione e di sospensione (con particolare riferimento – per quel che rileva in questa sede – all’art. 2943 c.c. e, specificamente, al suo comma 4). Il diverso indirizzo che ritiene necessario ai fini dell’interruzione del termine prescrizionale annuale l’esercizio dell’azione (a cui pone formale riferimento l’incipit del comma 3 dell’art. 1495 c.c., che non discorre del diritto di far valere l’azione entro detto termine ma sancisce testualmente che “l’azione di prescrive…”) in via giudiziale non può essere condiviso. Deve, infatti, osservarsi che, in primo luogo, l’attuale formulazione diverge da quella adottata nel codice civile del 1865 che, invece, lasciava propendere per la necessità dell’esperimento dell’azione giudiziale (l’art. 1505, comma 1, di detto codice prevedeva testualmente che “l’azione redibitoria deve proporsi entro un anno dalla consegna”). La formula ora prevista nel comma 3 dell’art. 1495 del vigente codice civile si richiama esplicitamente alla prescrizione e, pur discorrendosi di prescrizione dell’azione, va rilevato che il ricorso a tale terminologia non può ritenersi decisivo nel senso che debba ritenersi riferibile esclusivamente all’esercizio dell’azione giudiziale. Su un piano sistematico va, infatti, osservato che, anche in altre disposizioni normative, il legislatore ha posto riferimento – ma in senso atecnico dal punto di vista giuridico – alla pretesa sostanziale in termine di azione (dove si avverte il senso concreto della tutela della posizione soggettiva nell’ordinamento: cfr., ad es., l’art. 2947, comma 3, c.c. in cui si parla, indistintamente e con formule equivalenti, di prescrizione dell’azione e di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, e l’art. 132, comma 4, del c.d. codice del consumo – d.lgs. n. 206/2005 – laddove, per un verso, si parla di azione e, per altro verso, si parla di “far valere i diritti” correlati ai vizi della cosa venduta). Diversamente, sempre con riferimento alla vendita, l’art. 1497 c.c. – riferito alla risolubilità del contratto per “mancanza di qualità” – sancisce, al comma 2, che il diritto di ottenere la risoluzione (e non, quindi, l’esercizio della relativa azione) è soggetto alla decadenza e alla prescrizione stabilite proprio dal precedente art. 1495.Appare, quindi, incontestabile che, con riguardo al potere di agire, viene in rilievo la pretesa sostanziale del compratore, ovvero la pretesa contrattuale all’esatta esecuzione del contratto, con la conseguenza che, alla tutela di questa pretesa ad essere garantito se insoddisfatta, soccorrono i rimedi sostanziali che non si sostituiscono al diritto primario ma ne perseguono una tutela diretta o indiretta. In sostanza, nella prospettiva generale della questione in esame, deve sottolinearsi che, in effetti, non si verte propriamente nell’ipotesi di esercitare un singolo specifico potere ma di far valere il “diritto alla garanzia” derivante dal contratto, rispetto al quale, perciò, non si frappongono ostacoli decisivi che impediscono l’applicabilità della disciplina generale della prescrizione (e che, invece, in un’ottica sistematica, appare con esso compatibile), ivi compresa quella in materia di interruzione e sospensione. Quando si avvale della “garanzia” il compratore fa valere l’inadempimento di una precisa obbligazione del venditore (contemplata dall’art. 1476 n. 3) c.c.) e, conseguentemente, sul piano generale, deve ammettersi che lo possa fare attraverso una manifestazione di volontà extraprocessuale e ciò si inferisce anche da quanto stabilisce l’art. 1492, comma 2, c.c., il quale, prevedendo che “la scelta è irrevocabile quando è fatta con la domanda giudiziale”, significativamente la prefigura, riconnettendo, invero, alla domanda in sede processuale la sola impossibilità di rimeditare l’opzione tra risoluzione e riduzione del prezzo. Anche questo argomento di tipo logico-sistematico conforta, quindi, l’ammissibilità dell’interruzione della prescrizione con un atto stragiudiziale, fermo rimanendo che l’interruzione si limita a far perdere ogni efficacia al tempo già trascorso prima del compimento dell’atto, senza interferire con il modo di essere del diritto. La soluzione per la quale si propende si lascia preferire anche per una ragione di ordine generale che impatta sul piano socio-economico posto che, per effetto dell’operatività dell’interruzione della prescrizione secondo la disciplina generale (e, quindi, anche mediante atti stragiudiziali), esiste una plausibile possibilità che il venditore intervenga eventualmente – a seguito della costituzione in mora – eliminando i vizi (possibile, se le parti convengano, prima e al di fuori del processo, configurandosi solo in questo senso la limitazione dei rimedi stabilita dagli artt. 1490 e segg.), così evitando che il compratore debba rivolgersi necessariamente al giudice esercitando la relativa azione in sede, per l’appunto, giudiziale. Questa possibilità è idonea ad perseguire – in termini certamente più ristretti rispetto a quelli fisiologici di un giudizio – un’efficace tutela delle ragioni dell’acquirente, senza tuttavia penalizzare eccessivamente il venditore, poiché dal momento dell’interruzione della prescrizione ricomincia a decorrere il termine originario: in tal modo è, altresì, assicurato alle parti un congruo spatium deliberandi e si evita la conseguenza di una inutile proliferazione di giudizi, così rimanendo realizzato un ragionevole bilanciamento tra tutti gli interessi coinvolti. In definitiva, il collegio ritiene che non sussistano ragioni innpeditive determinanti per negare al compratore di avvalersi della disciplina generale in tema di prescrizione – con correlata applicabilità anche dell’art. 2943, comma 4, c.c. – e, quindi, per imporgli di agire necessariamente in via giudiziale al fine di far valere la garanzia per vizi in tema di compravendita. Da ciò consegue che non solo le domande giudiziali ma anche gli atti di costituzione in mora (ai sensi dell’appena citato art. 2943, comma 4, c.c., che si concretano – in relazione al disposto di cui all’art. 1219, comma 1, c.c. – in qualsiasi dichiarazione formale che, in generale, esprima univocamente la pretesa del creditore all’adempimento) da parte del compratore costituiscono cause idonee di interruzione della prescrizione: l’effetto che ne deriva è che, una volta che si faccia ricorso a tali atti entro l’anno dalla consegna, inizia a decorrere un nuovo periodo di prescrizione di un anno (ai sensi della norma generale di cui al primo comma dell’art. 2945 c.c.) e l’idoneità interruttiva di tali atti persegue, come già evidenziato, anche lo scopo – in presenza, peraltro, di un termine così breve – di favorire una risoluzione (stragiudiziale) preventiva della possibile controversia rispetto all’opzione, a tutela delle ragioni del compratore, per la scelta di vedersi riconosciuto il diritto alla garanzia (e di ottenere uno degli effetti giuridici favorevoli previsti dalla legge) solo mediante l’esercizio dell’azione in via giudiziale.In definitiva, quale principio di diritto risolutivo della prospettata questione di massima di particolare importanza, deve affermarsi che: nel contratto di compravendita, costituiscono – ai sensi dell’art. 2943, comma 4, c.c. – idonei atti interruttivi della prescrizione dell’azione di garanzia per vizi, prevista dall’art. 1495, comma 3, c.c., le manifestazioni extragiudiziali di volontà del compratore compiute nelle forme di cui all’art. 12191 comma 1, c.c., con la produzione dell’effetto generale contemplato dall’art. 2945, comma 1, c.c. . 2.8. Sulla base, quindi, dell’argomentato percorso logico-giuridico fin qui compiuto, il secondo motivo, nella parte in cui con lo stesso risulta denunciata la violazione dell’art. 1495, comma 3, c.c. (specificamente interessato dalla risolta questione di massima di particolare importanza), deve essere respinto, risultando corretta l’impugnata sentenza nella parte in cui ha ritenuto che la prescrizione dell’azione di garanzia per vizi in discorso poteva essere interrotta con atto stragiudiziale. Il motivo è, invece, inammissibile con riferimento alla seconda parte in cui è stato dedotto l’omesso esame circa fatti decisivi in ordine alla circostanza che dalle missive indicate nella stessa censura non sarebbe stata desumibile l’inequivocabile manifestazione di volontà dell’acquirente di far valere il proprio diritto alla garanzia necessaria per riconoscere alle stesse efficacia interruttiva. Osserva il collegio che per questa parte il mezzo ha inteso, in effetti, porre in discussione l’interpretazione del contenuto delle citate missive (quali atti di autonomia privata), la cui attività costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità ove adeguatamente e logicamente motivato, come verificatosi nel caso di specie. In particolare, con riferimento al prospettato vizio formalmente ricondotto all’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., è certamente insussistente l’omesso esame del fatto decisivo in questione, essendo il nucleo centrale della motivazione adottata dal Tribunale di Taranto incentrato proprio sull’esame di tale aspetto. Peraltro, nell’articolazione della censura qui in discorso, la ricorrente non ha precisato nemmeno quali canoni ermeneutici non sarebbero stati osservati e non ha neanche riportato adeguatamente ed in modo integrale il contenuto delle due contestate missive, finendo, in sostanza, con il censurare inammissibilmente il risultato ermeneutico in sé, che appartiene pacificamente all’ambito dei giudizi di fatto riservati dal giudice di merito. 3. Rileva, poi, il collegio che il terzo complessivo motivo è anch’esso inammissibile, poiché si risolve – all’evidenza – in una sollecitazione ad una globale rivalutazione di merito sul nesso eziologico tra i vizi originariamente constatati e la successiva accertata deficienza vegetativa della partita di piante (barbatelle) oggetto della compravendita e, perciò, delle inerenti risultanze istruttorie, con particolare riferimento agli esiti dell’esperita prova testimoniale, senza che – nella fattispecie – si sia comunque venuta a configurare la supposta violazione dell’art. 2697 c.c., avendo la parte acquirente assolto all’onere probatorio – sulla medesima gravante – di riscontrare l’esistenza dei vizi e la loro idoneità a rendere inservibile ed inutilizzabile allo scopo per il quale era stato comprato il quantitativo di piante fornitogli (in conformità al principio in proposito affermato da queste Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748/2019, già richiamata in precedenza)“.

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Condanna penale del danneggiante ed opponibilita’ all’assicurazione del danneggiante. http://studiodipietro.it/condanna-penale-del-danneggiante-ed-opponibilita-allassicurazione-del-danneggiante/ http://studiodipietro.it/condanna-penale-del-danneggiante-ed-opponibilita-allassicurazione-del-danneggiante/#respond Thu, 11 Jul 2019 04:49:48 +0000 http://studiodipietro.it/condanna-penale-del-danneggiante-ed-opponibilita-allassicurazione-del-danneggiante/ In tema di assicurazione obbligatoria sulla responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, il giudizio di condanna del danneggiante non può essere opposto dal danneggiato che agisca in giudizio nei confronti dell’assicuratore ed ha, in tale giudizio, esclusivamente efficacia di prova documentale, al pari delle prove acquisite nel processo in …

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In tema di assicurazione obbligatoria sulla responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, il giudizio di condanna del danneggiante non può essere opposto dal danneggiato che agisca in giudizio nei confronti dell’assicuratore ed ha, in tale giudizio, esclusivamente efficacia di prova documentale, al pari delle prove acquisite nel processo in cui il giudicato di è formato.

Lo ha stabilito la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con sentenza n. 18325 del 09/07/2019.

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Agenzia delle Entrate Riscossione e Avvocatura dello Stato http://studiodipietro.it/agenzia-delle-entrate-riscossione-e-avvocatura-dello-stato/ http://studiodipietro.it/agenzia-delle-entrate-riscossione-e-avvocatura-dello-stato/#respond Thu, 11 Jul 2019 04:46:10 +0000 http://studiodipietro.it/agenzia-delle-entrate-riscossione-e-avvocatura-dello-stato/ La Terza Sezione civile della Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c., la seguente questione di massima di particolare importanza: se la rappresentanza in giudizio della neo costituita Agenzia delle Entrate – Riscossione sia caratterizzata dalla obbligatorietà del patrocinio autorizzato da parte dell’Avvocatura …

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La Terza Sezione civile della Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c., la seguente questione di massima di particolare importanza: se la rappresentanza in giudizio della neo costituita Agenzia delle Entrate – Riscossione sia caratterizzata dalla obbligatorietà del patrocinio autorizzato da parte dell’Avvocatura dello Stato o, in alternativa, dalla facoltatività di questo su un piano di parità – salva la volontaria autolimitazione dell’Agenzia in sede di convenzione con l’Avvocatura – con l’avvalimento di avvocati del libero foro.

È l’Ordinanza interlocutoria n. 18350 del 09/07/2019.

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Azione di regresso e tassa di registro http://studiodipietro.it/azione-di-regresso-e-tassa-di-registro/ http://studiodipietro.it/azione-di-regresso-e-tassa-di-registro/#respond Thu, 11 Jul 2019 04:36:48 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3260 Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, a risoluzione di contrasto, hanno affermato che, in tema di imposta di registro, il decreto ingiuntivo ottenuto nei confronti del debitore dal garante che abbia stipulato una polizza fideiussoria e che sia stato escusso dal creditore è soggetto all’imposta con aliquota proporzionale al valore della condanna, in quanto il …

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Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, a risoluzione di contrasto, hanno affermato che, in tema di imposta di registro, il decreto ingiuntivo ottenuto nei confronti del debitore dal garante che abbia stipulato una polizza fideiussoria e che sia stato escusso dal creditore è soggetto all’imposta con aliquota proporzionale al valore della condanna, in quanto il garante non fa valere corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore aggiunto, ma esercita un’azione di rimborso di quanto versato.

È la Sentenza n. 18520 del 10/07/2019.

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Giudizio di rinvio ex art. 622 c.p.p.. http://studiodipietro.it/giudizio-di-rinvio-ex-art-622-c-p-p/ http://studiodipietro.it/giudizio-di-rinvio-ex-art-622-c-p-p/#respond Thu, 27 Jun 2019 04:25:59 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3256 La Terza Sezione Civile della Cassazione con Sentenza n. 16916 del 25/06/2019 ha chiarito che il giudizio di rinvio ex art. 622 c.p.p. costituisce solo formalmente una mera prosecuzione del processo penale, trattandosi, viceversa, di una sostanziale “translatio iudicii” dinanzi al giudice civile, con la conseguenza che rimane del tutto estranea all’assetto di esso la …

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La Terza Sezione Civile della Cassazione con Sentenza n. 16916 del 25/06/2019 ha chiarito che il giudizio di rinvio ex art. 622 c.p.p. costituisce solo formalmente una mera prosecuzione del processo penale, trattandosi, viceversa, di una sostanziale “translatio iudicii” dinanzi al giudice civile, con la conseguenza che rimane del tutto estranea all’assetto di esso la possibilità dell’applicazione di criteri e regole probatorie, processuali e sostanziali, tipiche della fase penale esauritasi a seguito della pronuncia emessa dalla Corte di cassazione ai sensi dell’art. 622 c.p.p., mentre deve ritenersi imposta l’applicazione dei criteri e delle regole probatorie, processuali e sostanziali, proprie del giudizio civile. Ne consegue che nel giudizio di rinvio, ex art. 246 c.p.c., non è consentita l’utilizzazione, alla stregua di una testimonianza, delle dichiarazioni rese dalla parte civile sentita quale testimone nel corso del processo penale

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