Studio legale Avvocato Roberto Di Pietro http://studiodipietro.it via Gramsci 41, 67051 Avezzano (AQ) Tel e fax 0863 22278 / 0863 414530 Fri, 07 Sep 2018 10:11:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 108312043 Aziende speciali e forma scritta dei contratti. http://studiodipietro.it/?p=3037 http://studiodipietro.it/?p=3037#respond Wed, 29 Aug 2018 21:15:35 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3037

Continue reading]]> Le Sezioni Unite Civili della Cassazione con sentenza del 9.8.2018 n. 20684 su questione di massima di particolare importanza, hanno affermato che, in virtù della natura imprenditoriale dell’attività svolta dall’azienda speciale di ente territoriale e della sua autonomia organizzativa e gestionale dall’ente di riferimento, l’azienda stessa, pur appartenendo al sistema con il quale l’amministrazione locale gestisce servizi pubblici aventi finalità sociale e di promozione dello sviluppo delle comunità locali, non può qualificarsi pubblica amministrazione in senso stretto, sicché per i suoi contratti non è imposta la forma scritta “ad substantiam” ai sensi degli artt. 16 e 17 del r.d. n. 2440 del 1923 e vige, al contrario, il principio generale della libertà delle forme di manifestazione della volontà negoziale.

Cliccare qui per leggere la sentenza sul sito della Corte di Cassazione.

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Ancora sull’accertamento della colpa medica. http://studiodipietro.it/?p=3035 http://studiodipietro.it/?p=3035#respond Wed, 15 Aug 2018 05:21:23 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3035

Continue reading]]> Da una recente pronuncia della Cassazione Penale emerge quanto segue.

Il giudizio concernente la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie è, nel tempo, sottoposto a continue sollecitazioni, vuoi per i reiterati interventi del legislatore, vuoi per le sempre più approfondite ed articolate elaborazioni dottrinali, vuoi per la ricerca da parte degli interpreti di un equilibrio tra le istanze di generai-prevenzione correlate all’esercizio di un’attività rischiosa e l’imperativo di matrice costituzionale di attribuire rilievo penale alle sole condotte colpevoli.

La previsione normativa che impone al giudice penale di applicare la legge più favorevole (art.2, quarto comma, cod. pen.) incide indefettibilmente su tale giudizio, imponendo un corretto ed esaustivo esame dei profili del fatto che garantisca l’esatta applicazione della normativa più favorevole in rapporto alle peculiarità del caso concreto. L’introduzione, ad opera del d.l. 13 settembre 2012, n. 158 (convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n.189, c.d. decreto Balduzzi) del parametro di valutazione dell’operato del sanitario costituito dalle linee-guida e dalle buone pratiche clinico-assistenziali, con la più incisiva conferma di tale parametro ad opera della legge 8 marzo 2017, n. 24, ha modificato i termini del giudizio penale imponendo al giudice, non solo una compiuta disamina della rilevanza penale della condotta colposa ascrivibile al sanitario alla luce di tali parametri ma, ancor prima, un’indagine che tenga conto dei medesimi parametri allorchè si accerti quello che sarebbe stato il comportamento alternativo corretto che ci si doveva attendere dal professionista, in funzione dell’analisi controfattuale della riferibilità causale alla sua condotta dell’evento lesivo.

Una motivazione che tralasci di indicare se il caso concreto sia regolato da linee-guida o, in mancanza, da buone pratiche clinico-assistenziali, di valutare il nesso di causa tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, o di specificare di quale forma di colpa si tratti, se di colpa generica o specifica, eventualmente alla luce di regole cautelari racchiuse in linee-guida, se di colpa per imperizia, negligenza o imprudenza, ma anche una motivazione in cui non sia appurato se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata da linee-guida o da buone pratiche clinico-assistenziali non può, oggi, essere ritenuta satisfattiva né conforme a legge.

Sulla base di tali principi la Cassazione Penale ha ritenuto che non è conforme alle finalità della legge, in tema di responsabilità medica, una motivazione che enunci la regola di comportamento desumibile da linee – guida senza specificare se si tratti di regola cautelare o di regola di giudizio della perizia del sanitario.

Quanto sopra nella sentenza n. 37794/2018 pubblicata il 6 agosto 2018: clicca qui per leggerla sul sito della Corte di Cassazione.

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Irregolarità urbanistica e nullità dell’atto di acquisto http://studiodipietro.it/?p=3032 http://studiodipietro.it/?p=3032#respond Tue, 14 Aug 2018 19:18:05 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3032

Continue reading]]> La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite in ordine alla risoluzione delle questioni, oggetto di contrasto, circa la natura formale o sostanziale della nullità degli atti di trasferimento di diritti reali su immobili, prevista dagli artt. 17, comma 1 e 40, comma 2, della l. n. 47 del 1985 (e, attualmente, dall’art. 46, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001), nonché circa la nozione di irregolarità urbanistica rilevante ai fini della declaratoria della nullità suddetta.

Trattasi dell’ordinanza interlocutoria n 20061 del 31.7.2018.

Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte di Cassazione.

Motiva la Corte che secondo un più risalente orientamento, che privilegia un’interpretazione letterale della norma, gli artt. 17 e 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 comminano la nullità degli

atti tra vivi con i quali vengano trasferiti diritti reali su immobili nel caso in cui tali atti non contengano la dichiarazione degli estremi della concessione edilizia dell’immobile oggetto di compravendita, ovvero degli estremi della domanda di concessione in sanatoria, mentre non prendono in considerazione l’ipotesi della irregolarità sostanziale del bene sotto il profilo urbanistico, ossia della conformità o meno della realizzazione edilizia rispetto alla licenza o alla concessione; tale conformità, pertanto, rileva sul piano dell’adempimento del venditore ma non su quello della validità dell’atto di trasferimento. L’indicazione nell’atto degli estremi dello strumento concessorio costituisce quindi, secondo questo orientamento, una tutela per l’acquirente, il quale tramite tale indicazione viene messo in condizione di controllare la conformità dell’immobile alle risultanze dalla concessione edilizia o della concessione in sanatoria; solo la mancanza di tale indicazione (e non anche la difformità dell’immobile) comporta, quindi, la nullità del negozio, giacché impedisce il suddetto controllo all’acquirente (cfr. sentt. nn. 14025/1999, 8147/2000, 5068/01, 5898/2004, 26970/05; si veda anche, per l’affermazione dell’irrilevanza della non veridicità della dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante l’inizio dell’opera in data anteriore al 2 settembre 1967, sent. n. 16876/13).

Tale orientamento ha formato oggetto di un radicale riesame critico nelle sentenze della seconda sezione della Corte nn. 23591/13 e 28194/13 (decise nella medesima udienza del 18.6.13), le quali hanno ritenuto di trarre dal testo del secondo comma dell’articolo 40 della legge n. 47/1985 (e ad onta della «non perfetta formulazione della disposizione») il «principio generale della nullità (di carattere sostanziale) degli atti di trasferimento di immobili non in regola con la normativa urbanistica, cui si aggiunge una nullità (di carattere formale) per gli atti di trasferimento di immobili in regola con la normativa urbanistica o per i quali è in corso la regolarizzazione, ove tali circostanze non risultino dagli atti stessi».

Alla base di questo più recente orientamento vi è: in primo luogo, il rilievo che la tesi della nullità formale produrrebbe il risultato – contrastante con la ratio di impedire il trasferimento degli immobili abusivi – di far giudicare nullo un contratto avente ad oggetto un immobile urbanisticamente regolare (per il vizio formale della mancata menzione nell’atto del titolo concessorio) e valido un contratto avente ad oggetto un immobile anche totalmente difforme dallo strumento concessorio menzionato nel contratto; in secondo luogo, il rilievo che dal tenore letterale dell’art. 40, comma 2, I. n. 47/1985 sarebbe possibile desumere (nonostante la “non perfetta formulazione della disposizione in questione”) la previsione di due differenti ipotesi di nullità: una, di carattere sostanziale, che colpisce “gli atti di trasferimento di immobili non in regola con la normativa urbanistica” e una, di carattere formale, che colpisce “gli atti di trasferimento di immobili in regola con la normativa urbanistica o per i quali è in corso la regolarizzazione, ove tali circostanze non risultino dagli atti stessi” (i virgolettati sono tratti da Cass. 23591/13, pagina 14, primo capoverso).

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Sulla elezione dei componenti dei COA http://studiodipietro.it/?p=3029 http://studiodipietro.it/?p=3029#respond Sun, 12 Aug 2018 05:03:49 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3029

Continue reading]]> Il CNF ha stabilito che la nuova normativa di cui al combinato disposto degli art. 3, comma 3 (che per la prima volta ha introdotto la ineleggibilità per pregresso mandato), e art. 17, comma 3 l.n. 113/2017 (che disciplina il regime transitorio della legge n. 113/2017), non può che interpretarsi nel senso che la regola della ineleggibilità si applica ai due mandati successivi consecutivi svolti successivamente alla sua entrata in vigore (Nel caso di specie, era stato proposto reclamo avverso l’elezione di un Consigliere che già aveva ricoperto due mandati, ma prima dell’entrata in vigore del Nuovo ordinamento forense. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha rigettato il ricorso).

Ecco il link per leggere la sentenza: testo sentenza.

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Tassa di soggiorno: giurisdizione contabile per il mancato versamento all’Ente. http://studiodipietro.it/?p=3027 http://studiodipietro.it/?p=3027#respond Wed, 01 Aug 2018 18:48:59 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3027 Con ordinanza n. 19654 del 23 luglio 2018 le Sezioni Unite Civili della Cassazione hanno stabilito che il del gestore della struttura ricettiva (o “albergatore”) che non provvede al versamento al Comune delle somme riscosse a titolo di imposta di soggiorno è soggetto alla giurisdizione della Corte dei Conti..

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Società tra avvocati e altri professionisti all’esame delle Sezioni Unite http://studiodipietro.it/?p=3013 http://studiodipietro.it/?p=3013#respond Sat, 21 Jul 2018 04:49:35 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3013

Continue reading]]> La Cassazione con la sentenza delle Sezioni Unite n. 19282 del 19.7.2018 si è pronunciata su un tema caro a tanti avvocati e cioè se e come possa essere costituita una società multidisciplinare. Qui il link per leggere la motivazione sul sito della Cassazione.

La Corte svolge un breve excursus dell’evoluzione legislativa in materia di esercizio in forma associata della professione di avvocato.

L’esercizio in comune dell’attività professionale fu regolamentato per la prima volta con la legge 23.11.1939, n. 1815, che consentiva l’esercizio in forma associata della professione da parte di persone abilitate, ma con l’obbligo di utilizzare esclusivamente la dizione di “studio tecnico, legale, commerciale, contabile, amministrativo o tributario” seguita dal nome e cognome e dai titoli professionali dei singoli associati (art. 1); ogni diversa forma di esercizio associato di attività professionale era vietato (art. 2). Il divieto venne meno soltanto nel 1997 con l’abrogazione dell’art. 2 della legge n. 1815 del 1939 da parte dell’art. 24, comma 1, della legge 7.8.1997, n. 266, che al comma successivo rinviava la regolamentazione della materia ad un successivo decreto ministeriale, mai emanato (con conseguente permanente incertezza sul modello societario utilizzabile).

L’intera legge n. 1815 del 1939 è stata definitivamente abrogata soltanto dall’art. 10, comma 11, della legge n. 183 del 2011, ma prima di allora a disciplinare le società tra avvocati (e non quelle fra altri professionisti) è intervenuto il titolo II del d.lgs. 2.2.2001, n. 96, di attuazione della direttiva comunitaria 98/5/CE, che all’art. 16 dispone: «L’attività professionale di rappresentanza, assistenza e difesa in giudizio può essere esercitata in forma comune esclusivamente secondo il tipo della società tra professionisti, denominata nel seguito società tra avvocati». Il relativo modello societario è regolato dalle norme sulla società in nome collettivo di cui al capo III del titolo V del libro V del codice civile. In sintesi, la disciplina introdotta dal d.lgs. n. 96 del 2001 prevede che la società tra avvocati abbia quale oggetto esclusivo l’esercizio in comune della professione da parte dei propri soci (art. 17), tutti necessariamente in possesso del titolo di avvocato (art. 21, R.G. n. 2927/17 comma 1); la società deve essere iscritta nel registro delle imprese (nella sezione speciale relativa alle società tra professionisti, con funzione di pubblicità notizia) e all’albo degli avvocati, nell’apposita sezione speciale (artt. 16 e 27); la ragione sociale deve contenere l’indicazione di “società tra avvocati” (nota anche con l’acronimo STA); la partecipazione ad una STA è incompatibile con la partecipazione ad altra STA (art. 21, comma 2); l’amministrazione spetta ai soci (a ciascuno di essi disgiuntamente dagli altri, fatta salva eventuale diversa pattuizione) e non può essere affidata a terzi (art. 23); non è soggetta a fallimento (art. 16, comma 3); ai sensi dell’art. 24, comma 1, l’incarico professionale conferito alla società tra avvocati può essere eseguito solo da uno o più soci in possesso dei requisiti per l’esercizio dell’attività professionale richiesta; secondo l’art. 26, comma 1, il socio o i soci incaricati sono personalmente e illimitatamente responsabili per l’attività professionale svolta in esecuzione dell’incarico, mentre la società risponde con il suo patrimonio; è sancita anche la responsabilità disciplinare della società (ai sensi dell’art. 30 essa risponde delle violazioni delle norme professionali e deontologiche applicabili all’esercizio in forma individuale della professione forense; se la violazione commessa dal socio è ricollegabile a direttive impartite dalla società, la responsabilità disciplinare del socio concorre con quella della società). Qualche anno dopo, il d.l. 4.7.2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4.8.2006, n. 248, ha eliminato in linea generale il divieto di esercizio professionale di tipo interdisciplinare stabilendo (art. 2, comma 1) che «In conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché al fine di assicurare agli utenti un’effettiva facoltà di scelta nell’esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali: (…) c) il divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che l’oggetto sociale relativo all’attività libero-professionale deve essere esclusivo, che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.».

La possibilità di costituire società di persone multidisciplinari è stata poi confermata, sempre in via generale (cioè non con specifico riferimento agli avvocati), dall’art. 10, comma 8, della legge n. 183 del 2011 – modificato dal d.l. 24.1.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.

Lo stesso articolo ha poi introdotto ulteriori novità nell’intento di favorire la liberalizzazione del fenomeno delle società tra professionisti. Il comma 3 consente «la costituzione di società per l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dal titolo V e VI de/libro V del codice civile», vale a dire anche secondo i modelli delle società di capitali o cooperative di professionisti con almeno tre soci. Il comma 4 dispone che possono assumere la qualifica di “società tra professionisti” (nota anche con l’acronimo STP) le società il cui atto costitutivo preveda, tra l’altro, l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale da parte dei soci (lett. a), l’ammissione in qualità di soci dei soli professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni, nonché dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, purché in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero di soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche o per finalità di investimento, ma in ogni caso il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci (lett. b). Sempre il citato comma 4 prevede che l’esecuzione dell’incarico professionale sia curata solo dai soci in possesso dei requisiti per l’esercizio della prestazione professionale richiesta (lett. c). Il comma 5 dispone che la denominazione sociale deve comunque contenere l’indicazione di “società tra professionisti”. Il comma 6 stabilisce l’incompatibilità in caso di partecipazione del socio a più STP. Il comma 7 ribadisce l’obbligo dell’osservanza del codice deontologico del proprio ordine da parte dei soci professionisti e la soggezione della STP al regime disciplinare dell’ordine al quale risulta iscritta. Tuttavia il comma 9 del cit. art. 10 contiene una clausola di salvaguardia che ha determinato le incertezze interpretative che sono alla base del presente giudizio: «Restano salve le associazioni professionali, nonché i diversi modelli societari già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge.». E fra tali modelli societari vi è anche quello delineato, specificamente per la professione forense, dagli artt. 16 e ss. del d.lgs. n. 96 del 2001. La citata legge n. 183 del 2011 si è limitata a dettare disposizioni di principio, demandando (art. 10, comma 10) l’attuazione delle materie non direttamente da essa disciplinate – ossia quelle di cui ai commi 4, lett. c), 6 e 7) – ad un regolamento da adottarsi dal Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico (tale disciplina attuativa è contenuta nel d.m. 8.2.2013, n. 34).

Nelle more dell’emanazione del decreto ministeriale è intervenuta la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, la legge n. 247 del 2012, poi modificata – per gli aspetti che in questa sede interessano – dall’art. 1, comma 141, della legge 4 agosto 2017, n. 124 (v. meglio infra). Nella sua formulazione originaria la nuova legge professionale si limitava, all’art. 4, a prevedere che la professione forense potesse essere esercitata individualmente o con la partecipazione ad associazioni tra avvocati, demandando al Governo, con la disposizione delegante contenuta nel successivo art. 5, la disciplina dell’esercizio della professione forense in forma societaria nel rispetto di principi e criteri direttivi fra i quali annoverava il principio secondo cui l’esercizio della professione forense in forma societaria sarebbe stato consentito esclusivamente a società di persone, società di capitali o società cooperative, i cui soci fossero avvocati iscritti all’albo. Restava, quindi, esclusa la partecipazione di soci di mero investimento o di soci non abilitati all’esercizio della professione forense. Inoltre, sempre il cit. art. 5 inseriva tra i principi e i criteri direttivi della delega anche la previsione che alla società tra avvocati si applicassero, in quanto compatibili, le disposizioni sull’esercizio della professione di avvocato in forma societaria di cui al summenzionato d.lgs. n. 96 del 2001. In tal modo ne confermava espressamente la vigenza, consentendo di superare i dubbi a riguardo derivanti dall’art. 2, comma 1, del cit. dl. 4.7.2006, n. 223, che – con disposizione generale valevole per tutte le libere professioni – aveva abrogato il divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipointerdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti. Infine, l’art. 1, comma 141, della legge 4 agosto 2017, n. 124, al dichiarato scopo di garantire una maggiore concorrenzialità nell’ambito della professione forense, ha modificato le previsioni della legge di riforma dell’ordinamento forense n. 247 del 2012 sulle associazioni tra avvocati e multidisciplinari di cui all’art. 4 (eliminando il limite della partecipazione dell’avvocato ad una sola associazione) e, previa abrogazione espressa del cit. art. 5 della legge professionale (che, come detto, conteneva la delega legislativa al Governo per la disciplina dell’esercizio della professione forense in forma societaria, delega poi scaduta), ha nuovamente modificato la disciplina dell’esercizio in forma societaria della professione forense inserendo nella legge n. 247 del 2012 l’art. 4-bis. Quest’ultimo conferma l’ammissibilità delle società di persone, di capitali o cooperative iscritte in un’apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società; vieta la partecipazione societaria tramite società fiduciarie, trust o per interposta persona (comma 1) e, al comma 2, lett. a), prevede che «i soci, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, devono essere avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni; il venire meno di tale condizione costituisce causa di scioglimento della società e il consiglio dell’ordine presso il quale è iscritta la società procede alla cancellazione della stessa dall’albo, salvo che la società non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi». Si prevede poi che la maggioranza dei membri dell’organo di gestione debba essere composta da soci avvocati (lett. b) e che i componenti dell’organo di gestione non possano essere estranei alla compagine sociale; i soci professionisti possono rivestire la carica di amministratori (lett. c). Il comma 3 dispone che, anche nel caso di esercizio della professione forense in forma societaria, resta fermo il principio della personalità della prestazione professionale. L’incarico può essere svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente, i quali assicurano per tutta la durata dell’incarico la piena indipendenza e imparzialità, dichiarando iniziali o sopravvenuti conflitti di interesse o casi di incompatibilità. Il comma 4 ribadisce il concorso della responsabilità della società r\ e dei soci con quella del professionista che ha eseguito la specifica prestazione. Il comma 5 dispone che la sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall’albo costituisce causa di esclusione dalla società. Il comma 6 ribadisce, infine, che le società sono in ogni caso tenute al rispetto del codice deontologico forense e sono soggette alla competenza disciplinare dell’ordine di appartenenza.

Così ricostruita l’evoluzione normativa in materia, osserva la Suprema Corte che il rigetto dell’istanza di iscrizione dello Studio Legale F.F…………Società Professionale in accomandita semplice degli avvocati Francesco e Filippo ………. & C. non è predicabile in base all’asserita sopravvivenza dispositiva (sostenuta nella sentenza impugnata) del principio contenuto nell’art. 5 della legge n. 247 del 2012 (consentire l’esercizio della professione forense in forma societaria soltanto a società i cui soci siano avvocati iscritti all’albo) e ciò in virtù dell’assorbente rilievo che si tratta di norma ormai espressamente abrogata – come si è ricordato – dall’art. 1, comma 141, della legge 4.8.17.2017, n. 124. Tale espressa abrogazione supera la rilevanza di ogni ulteriore discorso – che ha impegnato e impegna tuttora la dottrina costituzionalistica – relativo agli effetti producibili dai principi direttivi (non anche dai criteri) contenuti nella legge delega pur a fronte di vana scadenza del termine di esercizio della delega stessa. Riepilogando, con l’entrata in vigore dell’art. 10 legge n. 183 del 2011 e, in particolare, della clausola di salvaguardia contenuta nel relativo comma 9, in tema di società tra professionisti si era determinata la coeva vigenza di due differenti cornici di riferimento, una generale e una speciale. La prima era contenuta nel comma 4 dell’art. 10 legge n. 183 del 2011, che prevede la possibilità di costituire società, anche di capitali, fra professionisti (in genere) e soci non professionisti (sia pure con alcune peculiari disposizioni concernenti i rapporti fra di essi, le maggioranze all’interno della società e l’esercizio dell’attività professionale con i relativi obblighi deontologici). Tale è la disposizione normativa su cui si basa la richiesta di iscrizione all’albo avanzata da parte ricorrente. La seconda cornice di riferimento era quella di cui al cit. d.lgs. n. 96 del 2001, riferita ai soli avvocati (e non anche ad altri professionisti) e ritenuta ancora vigente grazie alla clausola di salvaguardia contenuta nel comma 9 dello stesso art. 10 legge n. 183 del 2011 («Restano salve le associazioni professionali, nonché i diversi modelli societari già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge.»). La dizione legislativa era, dunque, chiara nel fare salvi i «modelli societari» (non semplicemente le società) già in vigore e, quindi, anche quelli di cui al d.lgs. n. 96 del 2001. La più restrittiva esegesi suggerita in sede di discussione da parte ricorrente – secondo cui tale clausola di salvaguardia avrebbe avuto l’unico scopo di garantire la validità delle società già costituite, escludendo la possibilità di costituirne di nuove secondo lo schema predisposto dal d.igs. n. 96 del 2001 – non solo collide con il tenore testuale della norma (là dove parla di «modelli societari» e non semplicemente di società), ma soprattutto trascura che non vi sarebbe stato alcun bisogno di specificare la perdurante validità delle società già costituite sotto il vigore del suddetto d.lgs. n. 96. Infatti, non esistono nel nostro ordinamento casi di c.d. nullità successiva, ossia nullità conseguente a norme che, in deroga al principio generale secondo cui i requisiti di validità del negozio devono esistere nel momento in cui lo stesso viene posto in essere, stabiliscano – invece – che i requisiti essenziali debbano esistere alla stregua della legge vigente non solo nel momento genetico, ma anche in quello di produzione degli effetti. Né con tale figura possono confondersi i casi disciplinati dagli artt. 687, 800, 801 e 803 (revocazione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni) o dagli artt. 610, 615 e 618 c.c. (in tema di testamenti nelle forme speciali), che più esattamente attengono ad ipotesi di mera inefficacia sopravvenuta. Ciò detto, la perdurante validità dei modelli societari di cui agli artt. 16 e ss. d.lgs. n. 96 del 2001 teoricamente poteva dare luogo a due ipotesi ermeneutiche alternative fra loro: a) pur dopo l’art. 10 legge n. 183 del 2011 l’unico tipo di società tra avvocati sarebbe stato quello di cui alla lex specialis contenuta nel citato d.lgs. n. 96 del 2001 (in tal senso era orientata la prevalente dottrina); b) oltre a tale tipo di società (note con l’acronimo STA) disciplinato dal cit. d.lgs. n. 96 del 2001, gli avvocati avrebbero potuto altresì costituire società tra professionisti (note con l’acronimo STP) ai sensi dell’art. 10 legge n. 183 del 2011 e, quindi, società anche di capitali, multidisciplinari e con la presenza di professionisti iscritti in altri albi o di soci di capitale (opinione – questa – di altra autorevole, seppur sostanzialmente isolata, voce di dottrina). Osserva questa Suprema Corte che, in realtà, l’avverbio «esclusivamente», contenuto nel cit. art. 16 d.lgs. n. 96 del 2001, non consentiva per gli avvocati un concorso in via elettiva di entrambi i modelli societari che evitasse il conflitto tra le due norme (art. 16 cit. e art. 10 legge n. 183 del 2011). Tale conclusione era avvalorata anche dal cit. art. 5 legge n. 247 del 2012 e dall’art. 19 legge 21.12.1999, n. 526, norme contenenti delega legislativa al Governo per la regolamentazione dell’esercizio in forma societaria della professione forense con la fissazione del principio direttivo di esclusione dalla compagine sociale di soci non avvocati. Pertanto, in virtù del principio regolatore del conflitto di norme di pari rango secondo il quale lex posterior generalis non derogat priori speciali, doveva necessariamente darsi prevalenza al capo a) dell’alternativa che precede, ossia alla disciplina contenuta nel d.lgs. n. 96 del 2001, con conseguente divieto di STP tra avvocati regolate dall’art. 10 legge n. 183 del 2011. Ma, dopo l’ordinanza interlocutoria n. 15278 del 20.6.2017, i termini della questione sono mutati grazie all’avvento dell’art. 4-bis della legge n. 247 del 2012 (articolo inserito ad opera dell’art. 1, comma 141, legge n. 124 del 2017 e poi ulteriormente integrato dalla legge n. 205 del 2017), espressamente dedicato all’esercizio della professione forense in forma societaria, che – come sopra anticipato – dettando una compiuta e speciale disciplina delle società tra avvocati, esplicitamente al comma 2 consente anche la partecipazione di soci non avvocati seppur in misura non superiore ad un terzo del capitale sociale.

In conclusione, prima del cit. art. 4-bis, unico consentito modello societario tra avvocati era quello di cui agli artt. 16 e ss. del d.lgs. n. 96 del 2001.

Oggi, invece, il carattere anch’esso speciale dell’art. 4-bis della legge professionale degli avvocati fa sì che tale nuova disciplina prevalga sulla (anteriore e) generale disposizione dell’art. 10 legge n. 183 del 2011 e sulla parimenti speciale, ma anteriore, disciplina di cui agli artt. 16 e ss. del d.lgs. n. 96 del 2001.

La nullità della società in oggetto per contrasto con norme imperative, ossia con gli artt. 16 e ss. d.lgs. n. 96 del 2001, in vigore al tempo della sua costituzione, non pregiudica l’efficacia degli atti da essa compiuti e ciò vuoi in forza dell’art. 20, comma 2, stesso d.lgs., vuoi in forza della giurisprudenza di questa S.C. (cfr., da ultimo e per tutte, Cass. n. 9124/15) secondo cui anche la nullità del contratto costitutivo di una società di persone è equiparabile, quoad effectum, al suo scioglimento. Nondimeno, lo ius superveniens di cui al cit. art. 4-bis in tema di esercizio in forma associata della professione forense, introducendo la nuova disciplina d’un rapporto sociale ancora in corso, va applicato anche d’ufficio in questa sede (gli unici limiti all’applicazione d’uno ius superveniens nel giudizio di legittimità, che però non vengono in rilievo nel caso di specie, sono quelli del rispetto di eventuali giudicati interni e del divieto di reformatio in peius). Di conseguenza, si pone la necessità di accertare se, in concreto, i connotati della società ricorrente siano compatibili con detto ius superveniens, accertamento cui provvederà il giudice di rinvio.

In conclusione, accolto il secondo motivo di ricorso e rigettato il primo, si cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, con rinvio al CNF affinché – sempre in sede giurisdizionale, ma in diversa composizione – accerti in concreto la compatibilità della società in oggetto con il modello societario delineato dal cit. art. 4-bis della legge n. 247 del 2012, attenendosi al seguente principio di diritto: «Dall’1.1.2018 l’esercizio in forma associata della professione forense è regolato dall’art. 4-bis della legge n. 247 del 2012 (inserito dall’art. 1, comma 141, legge n. 124 del 2017 e poi ulteriormente integrato dalla legge n. 205 del 2017), che – sostituendo la previgente disciplina contenuta negli artt. 16 e ss. d.lgs. n. 96 del 2001 – consente la costituzione di società di persone, di capitali o cooperative i cui soci siano, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni, società il cui organo di gestione deve essere costituito solo da soci e, nella sua maggioranza, da soci avvocati.».

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PCT: documentazione servizi web. Versione 1.35 http://studiodipietro.it/?p=3010 http://studiodipietro.it/?p=3010#respond Tue, 17 Jul 2018 09:11:53 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3010

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Prescrizione e ricorso teso solo alla rettifica della pena http://studiodipietro.it/?p=3009 http://studiodipietro.it/?p=3009#respond Tue, 17 Jul 2018 05:19:35 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3009

Continue reading]]> La Quinta Sezione Penale della Corte di cassazione ha affermato che non può dichiararsi l’intervenuta prescrizione del reato qualora il ricorso sia inammissibile e si renda necessaria esclusivamente la rettifica della pena ai sensi dell’art.619, comma 2, cod.proc.pen., comportando, questa, la mera correzione di un errore di computo non attinente al contenuto decisorio della sentenza.

È la sentenza n. 32347/2018 udienza 15/2/2018 pubblicata il 13.7.2018

Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte

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Pubblicato in Gazzetta il cd. Decreto dignità – Novità per i professionisti http://studiodipietro.it/?p=3005 http://studiodipietro.it/?p=3005#respond Mon, 16 Jul 2018 19:23:32 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3005

Continue reading]]> Sulla Gazzetta Ufficiale serie generale n. 161 de. 13.7.2018 é stato pubblicato il D.L. 12 luglio 2018 n. 87 recante “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”.

Per il liberi professionisti é rilevante il Capo IV che comprende gli articoli da 10 a 12.

In particolare con l’art. 12 é stato abolito lo split payment per i liberi professionisti. Infatti all’art. 17 ter del DPR 633/1972 dopo il comma 1-quinquies é stato aggiunto il seguente:

«1 -sexies . Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle prestazioni di servizi rese ai soggetti di cui ai commi 1, 1 -bis e 1 -quinquies , i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito ovvero a ritenuta a titolo di acconto di cui all’articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.».

Al comma 2 é stato chiarito che ” Le disposizioni del comma 1 si applicano alle operazioni per le quali è emessa fattura successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto”.

Ecco il testo integrale

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Parametri per assegno divorzile: nuovo intervento della Cassazione. http://studiodipietro.it/?p=3003 http://studiodipietro.it/?p=3003#respond Thu, 12 Jul 2018 18:37:34 +0000 http://studiodipietro.it/?p=3003

Continue reading]]> Le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n 12287 dell’11.07.2018 hanno affermato che ai sensi dell’art. 5, comma 6, della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche di cui alla I. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi, o comunque dell’impossibilita di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma, che costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personate di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alia durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

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