Giu 27

Giudicato amministrativo: l’incidenza nel giudizio penale.

La Terza sezione della Corte di cassazione ha affermato che la valutazione del giudice penale in ordine alla legittimità di un atto amministrativo, che costituisca il presupposto di un reato, non è preclusa da un giudicato amministrativo formatosi all’esito di una controversia instaurata sulla base di documentazione incompleta, o comunque fondata su elementi di fatto rappresentati in modo parziale o addirittura non veritiero, sempre che tali criticità risultino da dati obiettivi preesistenti e sconosciuti al giudice amministrativo, ovvero sopravvenuti alla formazione del giudicato.

È la Sentenza n. 31282 ud. 24/05/2017 – deposito del 22/06/2017.

Qui il link per la MOTIVAZIONE 

Osserva il Collegio che la questione del sindacato del giudice penale sull’atto amministrativo è stata oggetto, nel corso degli anni di plurime pronunce della  Corte. La questione è stata peraltro presa in esame anche recentemente dalla Corte (Sez. 3, n. 12389 del 21/2/2017, Minosi, non ancora massimata) con argomentazioni che appare opportuno riproporre pressoché testualmente anche in questa occasione perché ritenute esaustive ai fini della presente decisione. La menzionata decisione ha, in primo luogo, ricordato come, in passato, l’argomento sia stato affrontato, in due diverse occasioni, dalle Sezioni Unite, con le note sentenze “Giordano” (Sez. U, n. 3 del 31/1/1987, Giordano, Rv. 17511501) e “Borgia” (Sez. U, n. 11635 del 12/11/1993, P.M. in proc. Borgia ed altri, Rv. 19535901). Ricorda poi la sentenza “Minosi” come, con la prima pronuncia, le Sezioni Unite avessero escluso che il giudice penale abbia, in base a quanto disposto dagli artt. 4 e 5 della legge 20 marzo 1865 n. 2248, all. E, il potere di disapplicare gli atti amministrativi illegittimi che non comportano una lesione dei diritti soggettivi, ma rinnovano un ostacolo al loro libero esercizio (nulla osta, autorizzazioni) o addirittura li costituiscono, a meno che tale potere non trovi fondamento e giustificazione o in una esplicita previsione legislativa, ovvero, nell’ambito dell’interpretazione della norma penale qualora l’illegittimità dell’atto amministrativo si presenti essa stessa come elemento essenziale della fattispecie criminosa, giungendo, così, alla conclusione che il reato di costruzione in assenza della concessione (nel caso esaminato, quello allora sanzionato dall’art. 17 lett. B della legge 28 gennaio 1977 n. 10) non sia configurabile nel caso di illegittima concessione rilasciata prima dello inizio dei lavori e rilevando che si verterebbe, invece, in ipotesi di assenza dell’atto non solo quando l’atto in questione sia stato emesso da organo assolutamente privo del potere di provvedere, ma anche qualora il provvedimento sia frutto di attività criminosa del soggetto pubblico che lo rilascia o del soggetto privato che lo consegue e, quindi, non sia riferibile oggettivamente alla sfera del lecito giuridico, oltre la quale non è dato operare ai pubblici poteri. La seconda pronuncia delle Sezioni Unite — la quale faceva seguito ad una diversa presa di posizione, giustificata dalla necessità di una nuova valutazione della questione alla luce della legge 47\1985 (Sez. 3, n. 2766 del 9/1/1989, Bisceglia, Rv. 18241101) e ad una pronuncia della Corte Costituzionale (Corte Cost. ord. 288 del 14/6/1990), che invece ribadiva quanto affermato dalle Sezioni Unite “Giordano” – chiariva che il reato di cui all’ari. 20, comma primo, lett. a) dell’allora vigente legge 28 febbraio 1985, n. 47, era configurabile nel caso di realizzazione di opere di trasformazione del territorio in violazione del parametro di legalità urbanistica ed edilizia, costituito dalle prescrizioni della concessione edilizia, richiamata dalla norma penale ad integrazione descrittiva della fattispecie penale, nonché dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi, ed, in quanto applicabili, da quelle della stessa legge.Date tali premesse, le SS.UU. escludevano che, sussistendo difformità dell’opera edilizia rispetto agli strumenti normativi urbanistici, ovvero alle norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale, il giudice penale dovrebbe comunque concludere per la mancanza di illiceità penale nel caso in cui sia stata rilasciata la concessione edilizia, osservando che la concessione non è idonea a definire esaurientemente lo statuto urbanistico ed edilizio dell’opera realizzanda senza rinviare al quadro delle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle rappresentazioni grafiche del progetto approvato, con la conseguenza che, in tali ipotesi, non si configura una non consentita “disapplicazione” da parte del giudice penale dell’atto amministrativo concessorio, bensì l’esercizio, da parte del giudice penale, della potestà, attribuitagli dalla legge, di procedere ad un’identificazione in concreto della fattispecie sanzionata. Sulla scia della sentenza “Borgia”, dunque, la giurisprudenza di questa Corte è successivamente giunta alla condivisibile conclusione che l’attività svolta dal giudice in presenza di un titolo abilitativo edilizio illegittimo consiste nel valutare la sussistenza dell’elemento normativo della fattispecie e non nel disapplicare l’atto amministrativo o effettuare comunque valutazioni proprie della P.A. Nella citata sentenza “Minosi” si ricorda anche come, nelle successive pronunce, il principio da ultimo affermato dalle Sezioni Unite sia stato oggetto di ulteriori puntualizzazioni. Viene infatti rilevato che esso è stato ribadito dalle stesse Sezioni Unite con riferimento alla lottizzazione abusiva (Sez. U, n. 5115 del 28/11/2001 (dep.2002), Salvini, Rv. 22070801) e che, successivamente, si è chiarito, ad esempio, dopo un’accurata disamina della evoluzione giurisprudenziale sul tema, che la , ‘macroscopica illegittimità” del provvedimento amministrativo non è condizione essenziale per la configurabilità di un’ipotesi di reato ex art. 44 d.P.R. 380\01, mentre, a prescindere da eventuali collusioni dolose con organi dell’amministrazione, l’accertata esistenza di profili assolutamente eclatanti di illegalità costituisce un significativo indice di riscontro dell’elemento soggettivo della contravvenzione contestata anche riguardo all’apprezzamento della colpa (Sez. 3, n. 21487 del 21/3/2006, P.M. in proc. Tantillo e altro, Rv. 23446901), specificando pure che la non conformità dell’atto amministrativo alla normativa che ne regola l’emanazione, alle disposizioni legislative statali e regionali in materia urbanistico edilizia ed alle previsioni degli strumenti urbanistici può essere rilevata non soltanto se l’atto medesimo sia illecito, cioè frutto di attività criminosa ed a prescindere da eventuali collusioni dolose del soggetto privato interessato con organi dell’amministrazione, ma anche nelle ipotesi in cui l’emanazione dell’atto sia espressamente vietata in mancanza delle condizioni previste dalla legge, o in quella di mancato rispetto delle norme che regolano l’esercizio del potere (Sez. 3, n. 40425 del 28/9/2006, Consiglio, Rv. 23703801). Ricordando, poi, come anche le pronunce successive siano pervenute a conclusioni analoghe (v., ad es., Sez. 3, n. 41620 del 2/10/2007, Emelino, Rv. 23799501; Sez. 3, n. 28225 del 09/05/2008, Di Stefano, non massimata; Sez. 3, n. 35389 del 27/06/2008, Gallo, non massimata; Sez. 3, n. 9177 del 13/01/2009, Corvino, non massimata; Sez. 3, n. 14504 del 20/1/2009, Sansebastiano e altri, Rv. 24347401, non massimata sul punto; Sez. 3, n. 34809 del 2/7/2009, Giombini e altro, non massimata; Sez. 3, n. 35391 del 14/7/2010, Di Domenico, non massimata; Sez. 3, n. 28545 del 16/2/2012, Cinti, non massimata; Sez. 3, n. 37847 del 14/5/2013, Sonni, Rv. 25697101; Sez. 3, n. 36366 del 16/6/2015, Faiola, Rv. 26503401) si fa rilevare che altre successive decisioni (Sez. 3, n. 7423 del 18/12/2014 (dep. 2015), Cervino e altri, Rv. 26391601, richiamata anche da Sez. 3, n. 52861 del 14/07/2016, Gnudi, non massimata) solo apparentemente sembrano discostarsi dal consolidato indirizzo giurisprudenziale richiamato. La sentenza 7423\2015, prendendo in esame le censure di costituzionalità della fattispecie penale ipotizzata per asserito contrasto con l’art. 3, comma 1, 25, comma 2 e 27, comma 1, Cost., le ha disattese sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata delle disposizioni applicate e, richiamando parte delle pronunce succedutesi nel tempo in materia di illegittimità del permesso di costruire ed abuso edilizio, è giunta alla conclusione che, ai fini della configurabilità delle ipotesi di reato previste nelle lettere b) e c) dell’art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, non possono ritenersi realizzate in “assenza” di permesso di costruire le opere eseguite sulla base di un provvedimento abilitativo meramente illegittimo, ma non illecito o viziato da illegittimità macroscopica, tale da potersi ritenere sostanzialmente mancante. Precisa a tale proposito la più volte citata sentenza “Minosi” che tali affermazioni, per come formulate, potrebbero prestarsi ad una lettura ritenuta indicativa di una inversione dell’ormai lineare percorso interpretativo tracciato dalla giurisprudenza nel corso degli anni, ma che così certamente non può essere, perché, altrimenti, la suddetta decisione non avrebbe potuto fare a meno di prendere esplicitamente le distanze dai principi affermati con la sentenza “Borgia” delle Sezioni Unite, successivamente ribaditi nella sentenza “Salvini”, nonché dalle pronunce che ai medesimi principi hanno dato ulteriore continuità. Ciò che invece si comprende chiaramente nella sentenza 7423/2015, aggiunge, è che si è voluto escludere ogni automatismo tra mera illegittimità del titolo abilitativo e sussistenza del reato urbanistico, eliminando così il rischio, paventato nella prospettata questione di legittimità costituzionale, di una irragionevole equiparazione interpretativa “in malam partem” tra mancanza “ah origine” dell’atto concessorio e illegittimità dello stesso accertata “ex post”, sia la violazione del principio della responsabilità penale per fatto proprio colpevole. Viene inoltre dato atto che anche la successiva sentenza “Gnudi”, ove, dopo un richiamo al principio affermato, si è rinvenuta la macroscopica illegittimità di un articolo delle norme tecniche di attuazione del regolamento urbanistico, rilevante nella definizione del caso preso in esame, sembra orientata nello stesso senso. La sentenza “Minosi” rileva, quindi, che le pronunce che si richiamano alla sentenza “Borgia” e le stesse Sezioni Unite non hanno mai dato adito ad equivoche amplificazioni degli effetti dei principi affermati ed asserisce come, nell’individuare le situazioni di illegittimità che rendono l’atto abilitativo improduttivo di validi effetti, non possa non farsi riferimento alle finalità della disciplina urbanistica ed ai presupposti per il rilascio del permesso di costruire, che l’art. 12 del d.P.R. 380\01 individua, tra l’altro, nella conformità alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico – edilizia vigente. Ne consegue che, in disparte l’ipotesi dell’illiceità del provvedimento, la illegittimità rilevante per il giudice penale non può che essere quella derivante dalla non conformità del titolo abilitativo alla normativa che ne regola l’emanazione o alle disposizioni normative di settore, dovendosi, al contrario, radicalmente escludersi la possibilità che il mero dato formale dell’esistenza del permesso di costruire possa precludere al giudice penale ogni valutazione in ordine alla sussistenza del reato. Ricorda, infine, la richiamata sentenza, che a conclusioni analoghe la giurisprudenza di questa Corte è pervenuta anche per ciò che concerne i provvedimenti amministrativi di sanatoria o condono, osservando come il mancato effetto estintivo non sia riconducibile ad una valutazione di illegittimità del provvedimento cui consegua la disapplicazione dello stesso, ma alla verifica della inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto dell’estinzione del reato in sede di esercizio del doveroso sindacato della legittimità del fatto estintivo, incidente sulla fattispecie tipica penale (Sez. 3, n. 23080 del 16/04/2008, Proietti, non massimata; conf. Sez. 3, n. 26144 del 22/04/2008, Papa, Rv. 24072801; Sez. 3, n. 12869 del 5/2/2009, Fulginiti, non massimata; Sez. 3, n. 27948 del 10/6/2009, Sabbatini, non massinnata; Sez. III n. 31479, 29 luglio 2008). I principi sopra richiamati, da ultimo riproposti nella sentenza “Minosi” sono ovviamente pienamente condivisi dal Collegio perché delineano in modo chiaro l’ambito il potere del giudice penale rispetto al provvedimento amministrativo. 

3.3 Un ulteriore limite, che i ricorrenti pongono maggiormente in evidenza e che la Corte di appello, come si dirà, non ha mancato di considerare, è quello posto dal giudicato amministrativo. Questa Corte ha, infatti, affermato che al giudice penale è preclusa la valutazione della legittimità dei provvedimenti amministrativi che costituiscono il presupposto dell’illecito penale solo nel caso in cui sul tema sia intervenuta una sentenza irrevocabile del giudice amministrativo e che tale preclusione non si estende, però, ai profili di illegittimità, fatti valere in sede penale, che non siano stati dedotti ed effettivamente decisi in quella amministrativa (Sez. 1, n. 11596 del 11/1/2011, PG. in proc. Keller, Rv. 249871). Si osservava infatti in quell’occasione che, sebbene le pronunce definitive del giudice amministrativo costituiscano un limite al potere del giudice penale di valutare la legittimità dei provvedimenti amministrativi che costituiscono il presupposto dell’illecito penale (si richiamava, a tale proposito, Sez. 3, n. 54 del 11/1/1996, Ciaburri, Rv. 204622, ma si vedano anche Sez. 3, n. 1894 del 14/12/2006 (dep.2007), P.M. in proc. Bruno e altro, Rv. 23564401, che a sua volta richiama Sez. 3, n. 39707 del 5/6/2003, Lubrano di Scorpianello, Rv. 22659201, nonché Sez. 2, n. 50189 del 9/12/2015, Comune Di Golfo Aranci e altri, Rv. 26541601), deve comunque considerarsi l’autonomia della giurisdizione penale rispetto a quella amministrativa e la assoluta rilevanza ed inderogabilità del potere del giudice ordinario di efirtai3914e~re dell’atto amministrativo illegittimo, con la conseguenza che l’effetto preclusivo resta confinato ai casi in cui un provvedimento giurisdizionale del giudice amministrativo passato in giudicato abbia espressamente esaminato lo specifico profilo di illegittimità dell’atto fatto valere, incidentalmente, in sede penale, richiamando, per le diverse ipotesi, quanto già affermato in materia di processo esecutivo, sulla esclusiva rilevanza del giudicato amministrativo rispetto alle questioni dedotte ed effettivamente decise e non anche a quelle deducibili (richiamandosi, su tale specifico punto, Sez. 1, n. 30496 del 3/6/2010, Nicolini, Rv. 248319). Tali conclusioni sono state ribadite in una successiva pronuncia (Sez. 4, n. 46471 del 20/9/2012, P.M. in proc. Valentini e altro, Rv. 253919), dando atto di un orientamento, ritenuto ormai consolidato, il quale considera la vincolatività solo tendenziale del giudicato amministrativo nel processo penale, come peraltro ribadito in una ancor più recente decisione di questa Sezione (Sez. 3, n. 44077 del 18/7/2014, Scotto Di Clemente, Rv. 260612). Successivamente, i principi affermati nelle pronunce appena ricordate sono stati nuovamente affermati, ponendo in evidenza come non possa spiegare alcun effetto nel procedimento penale una valutazione effettuata dal giudice amministrativo con riferimento a situazioni che, sebbene analoghe, abbiano comunque riguardato soggetti e circostanze diverse (Sez. 3, n. 30171 del 04/06/2015, P.M. in proc. Serafini, Rv. 26439301, non massimata sul punto) ovvero che abbia riguardato la sospensione cautelare del provvedimento presupposto del reato (Sez. 3, n. 3538 del 18/11/2015 (dep. 2016), Morra, Rv. 26608301).

La Corte ritiene quindi che non può considerarsi ostativo alla valutazione del giudice penale sulla legittimità dell’atto amministrativo presupposto del reato il giudicato amministrativo formatosi all’esito di una controversia instaurata sulla base di documentazione incompleta o che, comunque, si è fondata su elementi di fatto rappresentati in modo parziale o, addirittura, non rispondenti al vero.Se, infatti, ciò che rileva, sulla base dei principi dianzi richiamati, è la piena cognizione della questione trattata da parte del giudice amministrativo e la effettiva decisione sulla legittimità dell’atto amministrativo presupposto del reato, tali evenienze non possono ritenersi verificate quando la decisione sia stata assunta disponendo di dati inesatti o incompleti. Ciò, ovviamente, quando la situazione che libera il giudice penale dall’ostacolo opposto dal giudicato amministrativo non sia conseguenza di mere valutazioni personali ma risulti da un dato obiettivo preesistente e sconosciuto al giudice amministrativo o sopravvenuto. Ritenendo, invece, che il giudice penale sia in ogni caso vincolato dal giudicato amministrativo, si perverrebbe alla singolare situazione per cui, pur nella consapevolezza che la ritenuta legittimità del provvedimento amministrativo sia da escludere sulla base di elementi fattuali obiettivamente significativi, egli debba comunque ritenere insussistente un reato che nel processo penale risulta pacificamente accertato.

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Giu 26

Revoca di amministratore condominiale e non necessità di patrocinio legale

Nel giudizio di revoca dell’amministratore di condominio non è richiesto il patrocinio di un difensore legalmente esercente, trattandosi di un procedimento camerale plurilaterale tipico, che culmina in un provvedimento privo di efficacia decisoria, siccome non incidente su situazioni sostanziali di diritti o “status”.

Lo ha chiarito la Sesta Sezione Civile della Cassazione con Ordinanza n. 15706 del 23/06/2017.

Qui il link per leggerla: MOTIVAZIONE

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Giu 24

Art. 624bis c.p.: nozione di privata dimora.


L’art. 624 bis c.p. (Furto in abitazione e furto con strappo) al primo comma prevede: “Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da trecentonove euro a milletrentadue euro”.

Le Sezioni Unite Penali della Corte di cassazione hanno affermato che, ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 624 – bis cod. pen., rientrano nella nozione di privata dimora esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare.

È la sentenza n. 31345 /2017 (ud. 23/03/2017 – deposito del 22/06/2017). Ecco il link per la motivazione

Nella fattispecie vi era stata condanna perché l’imputato operava infrangendo la finestra dell’esercizio commerciale, vi si introduceva ed asportava euro 200 ed una macchina fotografica al titolare dell’esercizio.

Il difensore dell’imputato impugnava  denunciando l’erronea applicazione dell’art. 624-bis cod. pen., nonché l’omessa e manifesta illogicità della motivazione. Il ricorrente, anche con successiva memoria, assume che, perché un luogo possa considerarsi privata dimora, è necessario che in concreto vi si svolgano, anche se in modo transitorio e contingente, atti della vita privata, mentre nella specie si trattava di un ristorante e il fatto si era verificato in orario di chiusura dell’esercizio quando non vi erano persone presenti.

La questione è stata rimessa alle Sezioni Unite.

La soluzione della questione controversa sottoposta alle Sezioni Unite (“Se, ed eventualmente a quali condizioni, ai fini della configurabilità del delitto previsto dall’art. 624-bis cod.pen., i luoghi di lavoro possano rientrare nella nozione di privata dimora”) comporta che venga correttamente definita la nozione di “privata dimora”. A tale nozione si fa riferimento non solo nell’art. 624-bis, ma anche in altre norme, sia di carattere sostanziale (artt. 614, 615, 615-bis, 624-bis, 628, terzo comma, n. 3-bis, 52, secondo comma, cod. pen.), sia di carattere processuale (art. 266, comma 2, cod. proc. pen.). L’orientamento maggioritario, richiamato nell’ordinanza di rimessione, partendo dalla considerazione che il concetto di privata dimora sia più ampio di quello di abitazione, ne dà una interpretazione estensiva, tanto da ricomprendervi tutti i luoghi, non pubblici, nei quali le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata. Si è ritenuto, pertanto, configurabile il delitto previsto dall’art. 624-bis cod. pen. in ordine al furto commesso: all’interno di un ristorante in orario di chiusura (Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283); in un bar-tabacchi in orario di chiusura (Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875); all’interno di un cantiere edile allestito nel cortile di un immobile in cui erano in corso lavori di ristrutturazione (Sez. 5, n. 2768 del 01/10/2014, Baldassin, Rv. 262677); all’interno di un’edicola (Sez. 5, n. 7293 del 17/12/2014, Lattanzio, Rv. 262659); in uno studio odontoiatrico (Sez. 5, n. 10187 del 15/02/2011, Gelasio, Rv. 249850); in una farmacia durante l’orario di apertura (Sez. 4, n. 37908 del 25/06/2009, Apprezzo, Rv. 244980); all’interno di un ripostiglio di un esercizio commerciale (Sez. 5, n. 22725 del 05/05/2010, Dunca, Rv. 247969); in una baracca di un cantiere edile adibito a spogliatoio (Sez. 5, n. 32093 del 25/06/2010, Truzzi, Rv. 248356). Della nozione di “privata dimora” si è data una interpretazione ancora più ampia in tema di rapina, ritenendo sussistente la circostanza aggravante prevista dall’art. 628, terzo comma, n. 3-bis, cod. pen., nell’ipotesi in cui la condotta delittuosa venga commessa, nell’area aperta al pubblico, nei confronti dei clienti di un istituto di credito (Sez. 2, n. 28405 del 05/04/2012, Foglia, Rv. 253413), o all’interno di un supermercato durante l’orario di apertura (Sez. 2, n. 24761 del 12/052015, Porcu, Rv. 264383). 2. Secondo tale indirizzo, cui si richiama anche la sentenza impugnata, gli elementi identificativi del luogo di privata dimora sarebbero uno di carattere strutturale (vale a dire l’astratta possibilità di inibire l’accesso al pubblico attraverso dispositivi di sbarramento, quali portoni, saracinesche o altri meccanismi; senza escludere che, in determinate ore del giorno, sia liberamente consentito detto accesso) e l’altro di carattere funzionale (la natura privata, cioè, dell’attività che vi si svolge; specificandosi che atti della vita privata non sono soltanto quelli della vita intima o familiare, ma anche quelli dell’attività professionale o lavorativa, o quelli posti in essere a contatto con altri soggetti, quali l’acquisto di merce in un supermercato, la fruizione di una prestazione professionale, il compimento di operazioni bancarie).

Ritiene il Collegio che l’ampliamento della nozione, propugnato dall’indicato orientamento, contrasti sia con il dato letterale sia con la ratio e la interpretazione sistematica della norma. Non c’è dubbio che la nozione di privata dimora sia più ampia di quella di abitazione. E’ arbitrario, tuttavia, far discendere da tale constatazione un significato che prescinde, innanzitutto, dalla lettera della norma. L’aver il legislatore adoperato l’espressione “privata dimora” ha una indubbia valenza sul piano interpretativo. “Dimora”, secondo i dizionari della lingua italiana, è, invero, il luogo in cui una persona, che non vi risiede in modo stabile, attualmente abita e permane. La parola, derivata dal latino morari, implica il fermarsi, trattenersi, soggiornare. Basterebbe già questo per escludere dalla nozione di dimora tutti i casi in cui ci si trovi in un luogo in modo del tutto occasionale (anche se per svolgere atti della vita privata) e senza avere alcun rapporto (tranne la presenza fisica) con il luogo medesimo. Per di più occorre considerare che, nella descrizione della fattispecie di cui all’art. 624-bis cod. pen., l’espressione “privata dimora” è preceduta dalle parole “in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte […]”. Deve trattarsi, quindi, di un luogo “destinato” a privata dimora: il che rafforza il significato dell’espressione. Il riferimento della norma è, allora, ad un luogo che sia stato adibito (in modo apprezzabile sotto il profilo cronologico) allo svolgimento di atti della vita privata, non limitati questi ultimi soltanto a quelli della vita familiare e intima (propri dell’abitazione). Va aggiunto ancora che, significativamente, la rubrica dell’art. 624-bis è intitolata «Furto in abitazione» e il riferimento è in linea con il significato restrittivo della nozione di privata dimora in precedenza evidenziato. In essa vanno, conseguentemente, riconnpresi i luoghi che, ancorché non destinati allo svolgimento della vita familiare o domestica, abbiano, comunque, le “caratteristiche” dell’abitazione.

 L’indirizzo interpretativo sopra richiamato, inoltre, nel dare rilievo al “luogo in sé”, si limita a far riferimento allo svolgimento in esso di atti della vita privata, siano essi lavorativi, professionali o di altro genere, senza ulteriori approfondimenti. Si ritiene, cioè, configurabile il reato di furto in abitazione, disciplinato dall’art. 624-bis cod. pen., tutte le volte in cui l’azione delittuosa venga commessa in un luogo nel quale si svolgano atti della vita privata, a prescindere dall’orario e dalla presenza di persone (tra le altre, Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283; Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875; Sez. 5, n. 428 del 30/06/2015, Feroleto, Rv. 265694). In altre decisioni, invece, rendendosi evidentemente conto della portata troppo estensiva, nella interpretazione della norma, del generico riferimento ai luoghi in cui si svolgano atti della vita privata, si cerca di delimitarne l’applicazione. Si afferma, invero, che non commette il reato di furto in abitazione il soggetto che si introduca all’interno di un esercizio commerciale in orario notturno, trattandosi di un locale non adibito a privata dimora in ragione del mancato svolgimento di attività commerciali che caratterizza le ore di chiusura (Sez. 4, n. 11490 del 24/01/2013, Pignalosa, Rv. 254854). Secondo altre pronunce il criterio discretivo da applicare è rappresentato dall’accertamento della prevedibile presenza di persone nel luogo di svolgimento di atti della vita privata, a prescindere dall’orario (notte o giorno) e dalla chiusura o meno dell’esercizio (Sez. 5, n. 10747 del 17/11/2015, Casalanguida, Rv.: 267560; Sez. 5, n. 18211 del 10/03/2015, Hadovic, Rv. 263458; Sez. 5, n. 55040 del 20/10/2016, Rover, Rv. 268409; Sez. 4, n. 12256 del 26/01/2016, Cisulli, Rv. 266701; Sez. 5, n. 10440 del 21/12/2015, Fernandez, Rv. 266807). Tali soluzioni risultano non condivisibili, in quanto si fa dipendere l’applicazione di un trattamento sanzionatorio più grave (previsto dal legislatore per il reato di furto in abitazione, al fine di apprestare una più intensa tutela al luogo in cui l’azione delittuosa viene commessa) da elementi estranei alla fattispecie e, per di più, vaghi, incerti ed accidentali (di carattere temporale o di effettivo esercizio dell’attività ivi svolta). L’esigenza di maggior tutela dei luoghi destinati a privata dimora non viene meno solo perché il furto è commesso in orario notturno o diurno, in orario di apertura o di chiusura, oppure in presenza o in assenza di persone. E’ stato, in proposito, incisivamente osservato che lo “spostamento del baricentro della previsione normativa dal luogo del commesso reato al momento della consumazione” determinerebbe una inaccettabile “tutela ad intermittenza” (Sez. 5, n. 428 del 2015, cit.). 

Che il luogo destinato a privata dimora debba avere determinate “caratteristiche”, che non possono essere certamente quelle del mero svolgimento in esso di atti della vita privata, è confermato dal dato sistematico nella sua evoluzione. Il Codice Zanardelli faceva riferimento, in ordine al reato di violazione di domicilio (art. 157), «all’abitazione altrui o alle appartenenze di essa». Dopo però che la dottrina maggioritaria, sotto la vigenza di quel codice, aveva già ritenuto che il termine abitazione andasse interpretato estensivamente come ogni luogo adibito ad uso domestico, nel quale si fossero compiuti atti caratteristici della vita privata, il codice Rocco, nell’art. 614, introduceva la nozione di “altro luogo di privata dimora”, affiancandola a quella di abitazione, e nella Relazione si precisava che la tutela apprestata dalla norma riguardava «tutti i luoghi che servano, in modo permanente o transitorio, alla esplicazione della vita privata». Per il reato di furto la tutela (più intensa in termini di trattamento sanzionatorio) rimaneva, però, limitata alla sola abitazione: l’art. 625, primo comma, n. 1, cod. pen., prevedeva, infatti, come circostanza aggravante, «se il colpevole, per commettere il furto, si introduce o si trattiene in un edificio o in altro luogo destinato ad abitazione». Con la legge 26 marzo 2001, n. 128, venne inserito nel codice penale l’art. 624-bis. Previa abrogazione dell’art. 625, primo comma, n. 1, cod. pen., è stata introdotta una ipotesi autonoma di reato definita in rubrica come “Furto in abitazione e furto con strappo”, con l’evidente scopo di ampliare la tutela penale non solo sotto il profilo patrimoniale, ma anche personale. E ciò è tanto vero che l’approvazione della legge n. 128 del 2001 era stata preceduta dalla presentazione al Parlamento, da parte del Governo, del disegno di legge n. 5925, nel quale il reato di furto in abitazione, attraverso la previsione nel codice penale di un art. 614-bis, era stato inserito nel Libro II, Titolo XII (“Delitti contro la persona”), al fine di rafforzare «la tutela del domicilio non tanto nella sua consistenza oggettiva, quanto nel suo essere proiezione spaziale della persona, cioè ambito primario ed imprescindibile alla libera estrinsecazione della personalità individuale». Tale originaria impostazione non poteva non riflettersi nella formulazione del “nuovo” art. 624-bis, pur mantenendosi la collocazione dello stesso nei reati contro il patrimonio. Si è visto già come, a fronte della rubrica che fa riferimento al furto in abitazione, il testo normativo ricomprende qualsiasi luogo destinato in tutto in parte a privata dimora o nelle pertinenze di esso. L’ampliamento dell’ambito di applicabilità della “nuova” fattispecie anche a luoghi che non possano considerasi abitazione in senso stretto risulta dettato, da un lato, dalla necessità di superare le incertezze manifestatesi in giurisprudenza in ordine alla definizione della nozione di abitazione e, dall’altro, di tutelare l’individuo anche nel caso in cui compia atti della sua vita privata al di fuori dell’abitazione. Deve, però, trattarsi, come si evince dalla ratio della norma, di luoghi che abbiano le stesse caratteristiche dell’abitazione, in termini di riservatezza e, conseguentemente, di non accessibilità, da parte di terzi, senza il consenso dell’avente diritto. 

Tale interpretazione della norma è conforme ai principi enucleabili dalla giurisprudenza costituzionale in tema di privata dimora. La Corte costituzionale è stata chiamata a decidere le questioni di costituzionalità sollevate in relazione all’art. 266, comma 2, cod. proc. pen. con riferimento alle intercettazioni eseguite «nei luoghi indicati dall’art. 614 del codice penale», vale a dire nell’abitazione o in altro luogo di privata dimora o nelle appartenenze di essi. E, per stabilire se detti luoghi avessero la copertura dell’art. 14 Cost., il Giudice delle leggi ne ha individuato ambito, limiti e caratteristiche. La Corte costituzionale, nella sentenza n. 135 del 2002, evidenziava che il domicilio, cui fa riferimento l’art. 14 Cost., viene in rilievo «nel panorama dei diritti fondamentali di libertà come proiezione spaziale della persona, nella prospettiva di preservare da interferenze esterne comportamenti tenuti in un determinato : ambiente: prospettiva che vale, per altro verso, ad accomunare la libertà in parola a quella di comunicazione (art. 15 Cost.), quali espressioni salienti di un più ampio diritto alla riservatezza della persona». Nel dichiarare non fondata la questione di costituzionalità sollevata, la Corte costituzionale, con la sentenza sopraindicata, dopo aver inquadrato la libertà domiciliare nel sistema delle libertà fondamentali, sottolineava che il problema di costituzionalità si poneva con riferimento a forme di «intrusione nel domicilio in quanto tale», avendo la libertà di domicilio «una valenza essenzialmente negativa, concretandosi nel diritto di preservare da interferenze esterne, pubbliche o private, determinati luoghi in cui si svolge la vita intima di ciascun individuo». Tali principi venivano ancor di più rimarcati nella sentenza n. 149 del 2008. Il Giudice delle Leggi osservava, infatti, che la tutela del domicilio prevista dall’art. 14 Cost. viene in rilievo sotto due aspetti: «come diritto di ammettere o escludere altre persone da determinati luoghi, in cui si svolge la vita intima di ciascun individuo; e come diritto alla riservatezza su quanto si compie nei medesimi luoghi». Perché sia operativa la tutela costituzionale del domicilio è necessario, quindi, che si tratti di un luogo in cui sia inibito l’accesso ad estranei e sia tale da garantire la riservatezza ovvero la impossibilità di essere “percepito” dall’esterno anche senza necessità di una intrusione fisica. Laddove, invece, il luogo sia accessibile visivamente da chiunque, venendo meno la caratteristica della riservatezza, si rimane fuori «dall’area di tutela prefigurata dalla norma costituzionale de qua». 

Gli elementi, delineati dalla giurisprudenza costituzionale come caratterizzanti il “domicilio” e ritenuti indefettibili per garantire la copertura costituzionale dell’art. 14 Cost., si rinvengono anche nella sentenza delle Sezioni Unite n. 26795 del 28/03/2006, Prisco, Rv. 234269. Dopo aver premesso che la nozione di domicilio di cui all’art. 14 Cost. è più estesa di quella ricavabile dall’art. 614 cod. pen., le Sezioni Unite sottolineano che, quale che sia il rapporto tra le due disposizioni, «il concetto di domicilio non può essere esteso fino a farlo coincidere con un qualunque ambiente che tende a garantire intimità e riservatezza». Non c’è dubbio che «il concetto di domicilio individui un rapporto tra la persona ed un luogo, generalmente chiuso, in cui si svolge la vita privata, in modo anche da sottrarre chi lo occupa alle ingerenze esterne e da garantirgli quindi la riservatezza. Ma il rapporto tra la persona ed il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona è assente. In altre parole la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa sì che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla presenza della persona che ne ha la titolarità, perché il luogo rimane connotato dalla personalità del titolare, sia questo o meno presente». Sulla base di tali considerazioni le Sezioni Unite introducono, come elemento caratterizzante la nozione di privata dimora, il requisito della stabilità, «perché è solo questa, anche se intesa in senso relativo, che può trasformare un luogo in un domicilio, nel senso che può fargli acquistare un’autonomia rispetto alla persona che ne ha la titolarità”.

La interpretazione letterale e sistematica della norma, confortata dai principi enucleabili dalle sentenze della Corte costituzionale sopra richiamate e dalla sentenza Prisco delle Sezioni Unite, consente di delineare la nozione di privata dimora sulla base dei seguenti, indefettibili elementi: a) utilizzazione del luogo per lo svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, studio, attività professionale e di lavoro in genere), in modo riservato ed al riparo da intrusioni esterne; b) durata apprezzabile del rapporto tra il luogo e la persona, in modo che tale rapporto sia caratterizzato da una certa stabilità e non da mera occasionalità; c) non accessibilità del luogo, da parte di terzi, senza il consenso del titolare. 3. Non resta che applicare le linee tracciate in precedenza in relazione alla nozione di privata dimora, contenuta nell’art. 624-bis cod. pen., ai luoghi di lavoro. E’ indiscutibile che nei luoghi di lavoro il soggetto compia atti della vita privata. Ma ciò non è sufficiente, come invece ritiene l’indirizzo interpretativo maggioritario, per affermare che tali luoghi rientrino nella nozione di privata dimora e che, per i reati di furto in essi commessi, trovi applicazione la norma rubricata come furto in abitazione (con conseguente tutela rafforzata in termini di trattamento sanzionatorio). I luoghi di lavoro, generalmente, sono accessibili ad una pluralità di soggetti anche senza il preventivo consenso dell’avente diritto: ad essi è quindi estraneo ogni carattere di riservatezza, essendo esposti, per definizione, alla “intrusione” altrui. Si pensi agli esercizi commerciali o agli studi professionali o agli stabilimenti industriali accessibili a un numero indeterminato di persone, che possono pertanto prendere contatto (e non solo visivo) con il luogo senza alcun filtro o controllo. L’attività privata svolta in detti luoghi avviene a contatto con un numero indeterminato di altri soggetti e, talvolta, in rapporto con gli stessi. Con riferimento ad essi è, pertanto, fuor di luogo parlare di riservatezza o di necessità di tutela della sfera privata dell’individuo. L’orientamento che interpreta estensivamente la nozione di privata dimora si pone, quindi, in contrasto con la lettera e la ratio della norma.Ritengono le Sezioni Unite che vada confermato l’orientamento che interpreta la disciplina dettata dall’art. 624-bis cod. pen. come estensibile ai luoghi di lavoro soltanto se essi abbiano le caratteristiche proprie dell’abitazione (accertamento questo riservato ai giudici di merito). Potrà, quindi, essere riconosciuto il carattere di privata dimora ai luoghi di lavoro se in essi, o in parte di essi, il soggetto compia atti della vita privata in modo riservato e precludendo l’accesso a terzi (ad esempio, retrobottega, bagni privati o spogliatoi, area riservata di uno studio professionale o di uno stabilimento). La conferma che i luoghi di lavoro, di per sé, non costituiscano privata dimora si ricava, infine, dal terzo comma dell’art. 52 cod. pen. (aggiunto dall’art. 1 della legge 13 febbraio 2006, n. 59), nel quale si afferma che la disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale. Nel richiamato secondo comma si fa riferimento, ai fini della presunzione di proporzionalità tra offesa e difesa, ai luoghi previsti dall’art. 614 cod. pen. (vale a dire a quelli di privata dimora). Se, dunque, la nozione di privata dimora comprendesse, indistintamente, tutti i luoghi in cui il soggetto svolge atti della vita privata, non vi sarebbe stata alcuna necessità di aggiungere il terzo comma nell’art. 52 per estendere l’applicazione della norma anche ai luoghi di svolgimento di attività commerciale, professionale o imprenditoriale. Evidentemente tale precisazione è stata ritenuta necessaria perché, secondo il legislatore, la nozione di privata dimora non è, in generale, comprensiva dei luoghi di lavoro.

Va, quindi, affermato per la Corte il seguente principio di diritto: “Ai fini della configurabilità del delitto previsto dall’art. 624-bis cod. pen., i luoghi di lavoro non rientrano nella nozione di privata dimora, salvo che il fatto sia avvenuto all’interno di un’area riservata alla sfera privata della persona offesa. Rientrano nella nozione di privata dimora di cui all’art. 624-bis cod.pen. esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare“. 

Alla stregua del principio di diritto in precedenza enunciato, il reato contestato va diversamente qualificato.Non risulta dagli atti che l’esercizio commerciale, in cui fu commesso il furto, avesse un locale con le caratteristiche in precedenza delineate, in cui cioè si potessero svolgere atti della vita privata del titolare, in modo riservato e senza possibilità di accesso da parte di estranei. Risulta, piuttosto, che la somma di denaro sottratta si trovava nella cassa dell’esercizio e la macchina fotografica su un tavolo, vale a dire in luogo accessibile al pubblico. Non è configurabile, pertanto, il furto in abitazione a norma dell’art. 624-bis cod. pen., bensì il reato di cui agli artt. 624 e 625, primo comma, n. 2, cod. pen. (furto aggravato dalla violenza sulle cose), essendo la sottrazione dei beni, di cui alla contestazione, avvenuta mediante effrazione della finestra dell’esercizio commerciale. 

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Giu 23

Quattro ordinanze della Cassazione in tema di risarcimento del danno.

Il 22 giugno 2017 sono state pubblicate quattro ordinanze interlocutorie della Terza Sezione Civile in tema di risarcimento del danno. Le citate ordinanze sollecitano un intervento delle Sezioni Unite in tema di rapporto tra la liquidazione del danno e la valutazione degli eventuali vantaggi ottenuti dalla vittima.

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Giu 23

Quando e come si può eliminare l’assegno divorzile


La Prima Sezione civile della Cassazione ha ritenuto che il giudice richiesto della revisione dell’assegno divorzile che incida sulla stessa spettanza del relativo diritto (precedentemente riconosciuto), in ragione della sopravvenienza di giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio», deve verificare se i sopravvenuti motivi dedotti giustifichino effettivamente, o meno, la negazione del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta “indipendenza o autosufficienza economica” dell’ex coniuge beneficiario, desunta dagli indici individuati con la sentenza di questa Corte n. 11504 del 2017; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario.È la sentenza n 15481 del 22.6.2017. Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte.

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Giu 22

Archiviazione per tenuità del fatto e ricorribilita’ in Cassazione

Con Sentenza n. 30685/2017 ( ud. 26/01/2017 – deposito del 20/06/2017) la Terza Sezione della Cassazione ha affermato che il provvedimento di archiviazione per particolare tenuità del fatto non è ricorribile per cassazione, ad esclusione delle ipotesi previste nel comma 6, dell’art. 409 cod. proc. pen..

Per la Corte le possibili soluzioni al problema ordinamentale della non impugnabilità dell’archiviazione, legislativamente e chiaramente prevista, per particolare tenuità del fatto sono due: la questione di costituzionalità dell’art. 469, cod. proc. pen. nella parte in cui non consente l’impugnazione, poiché lo stesso per la sua chiarezza non risulta oggetto di un’interpretazione costituzionalmente orientata (del resto l’art. 131 bis cod. pen. è stato introdotto successivamente alla scrittura dell’art. 469 cod. proc. pen., ed il legislatore non ha previsto un’integrazione dello stesso, per ritenere impugnabile l’archiviazione ex art. 131 bis cod. pen.); l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 3, comma 1, lettera F) del d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313: “Provvedimenti iscrivibili. Nel casellario giudiziale si iscrivono per estratto: … f) i provvedimenti giudiziari definitivi che hanno prosciolto l’imputato o dichiarato non luogo a procedere per difetto di imputabilità, o disposto una misura di sicurezza, nonché quelli che hanno dichiarato la non punibilità ai sensi dell’art. 131 – bis del codice penale”. Per l’iscrizione nel casellario giudiziale la norma prevede che il provvedimento sia definitivo; infatti tutti i provvedimenti iscrivibili sono tali solo se definitivi, ovvero non impugnati o altrimenti definitivi (per rigetto dell’impugnazione). Il decreto di archiviazione, come sopra visto, non risulta impugnabile, e quindi lo stesso per la sua natura di provvedimento sempre provvisorio, per la possibilità di riapertura delle indagini (art. 414 cod. proc. pen.), non può ritenersi definitivo. Conseguentemente il provvedimento di archiviazione non deve essere iscritto nel casellario giudiziario perché provvedimento non definitivo. L’efficacia preclusiva dell’archiviazione, infatti, nell’interpretazione data dalla Corte Costituzionale – Corte cost., 19 gennaio 1995 n. 27 – è limitata, e relativa – solo – allo stesso ufficio del P.M. che ha chiesto l’archiviazione: “Una volta disposta, al di fuori dei casi indicati nell’art. 345 cod. proc. pen., l’archiviazione di una notizia di reato, non è consentito al P.M. chiedere e al g.i.p. valutare, accogliendola o rigettandola – senza il preventivo provvedimento di autorizzazione alla riapertura delle indagini previsto dall’art. 414 stesso codice – l’applicazione di misura cautelare o l’emissione di altro provvedimento che implichi l’attualità di un procedimento investigativo nei confronti della stessa persona e per lo stesso fatto, si fondi la relativa richiesta su una semplice rilettura di elementi già presenti negli atti archiviati o su elementi acquisiti, anche occasionalmente, dopo l’archiviazione. E invero il decreto di archiviazione, pur non essendo munito dell’autorità della “res judicata”, è connotato da un’efficacia preclusiva, quantunque limitata, operante sia con riferimento al momento dichiarativo della carenza di elementi idonei a giustificare il proseguimento delle indagini, sia riguardo al momento della loro riapertura, condizionata dal presupposto dell’esigenza di nuove investigazioni, che rappresenta per il giudice parametro di valutazione da osservare nella motivazione della decisione di cui all’art. 414 cod. proc. pen. (Nell’enunciare tale principio, la S.C. ha precisato che nella nozione di “stesso fatto” sono comprese sia le componenti oggettive dell’addebito – condotta, evento, rapporto di causalità – sia gli aspetti esterni al fatto di reato, da identificare nell’autorità che procede o procedette all’investigazione, in quanto l’effetto preclusivo discendente dall’archiviazione condiziona solo la condotta dell’ufficio inquirente che chiese e ottenne il relativo provvedimento)”. (Sez. U, n. 9 del 22/03/2000 – dep. 01/06/2000, Finocchiaro, Rv. 21600401; vedi anche Sez. 2, n. 36842 del 06/07/2004 – dep. 17/09/2004, Nocito ed altri, Rv. 22972901 e Sez. 5, n. 45725 del 22/09/2005 – dep. 16/12/2005, Capacchione, Rv. 23320901: “Il decreto di archiviazione ha efficacia (limitatamente) preclusiva solo nei confronti dell’autorità giudiziaria che ha provveduto all’archiviazione. Invero, l’autorizzazione alla riapertura delle indagini, rimuovendo gli effetti della precedente valutazione di infondatezza della notizia di reato e quindi ponendosi giuridicamente come atto equipollente alla revoca, non può che provenire dallo stesso giudice che ha emesso il provvedimento di archiviazione ed inerire ad un sindacato sul potere di esercizio dell’azione penale di cui è titolare il pubblico ministero presso quell’ufficio giudiziario, sicché nessun ostacolo incontra l’autorità giudiziaria di altra sede a compiere accertamenti su fatti oggetto del provvedimento di archiviazione”). L’interpretazione suddetta trova ampia conferma nella disposizione dell’art. 651 bis, cod. proc. pen. che prevede l’efficacia di giudicato della sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto nel giudizio civile o amministrativo di danno, ma non anche dell’archiviazione. 

 Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Il provvedimento di archiviazione per particolare tenuità del fatto non è ricorribile per Cassazione, ad esclusione delle ipotesi previste nel comma 6, dell’art. 409 cod. proc. pen. (casi di nullità previsti dall’art. 127, comma 5, cod. proc. pen.) sia perché espressamente previsto dall’art. 409, comma 6, cod. proc. pen., e sia perché il provvedimento di archiviazione non risulta iscrivibile nel casellario giudiziale, trattandosi di provvedimento non definitivo, e pertanto viene a mancare l’interesse ad impugnare, non risultando il provvedimento lesivo di alcun interesse dell’indagato”. 

 Così ricostruito il sistema normativo, della particolare tenuità del fatto, le norme che non prevedono l’impugnazione del provvedimento di archiviazione o la rinuncia (non ammessa) da parte dell’indagato all’archiviazione per l’art. 131 bis cod. pen. risultano conformi a Costituzione, perché nessun effetto pregiudizievole (quale potrebbe essere l’iscrizione nel casellario) risulta dall’archiviazione. 

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Giu 22

Sul reato di dichiarazione infedele 

La Terza Sezione Penale della Cassazione ha affermato che il reato di dichiarazione infedele, di cui all’art. 4 del D.Lgs. n. 74 del 2000, come delineato a seguito delle modifiche introdotte dall’art. 4, comma 1, lett. a), D. Lgs. n. 158 del 2015, è integrato dalla presenza alternativa di elementi positivi – quali: l’annotazione di componenti positivi del reddito per ammontare inferiore a quello reale; l’indebita riduzione dell’imponibile tramite l’indicazione nella dichiarazione di costi inesistenti; la sottofatturazione, ovvero l’indicazione in fattura di un importo inferiore a quello reale – oltre che dalla presenza di elementi negativi, nel senso che la divergenza tra gli importi indicati in dichiarazione e quelli effettivamente percepiti non sia il frutto della violazione della regola cronologica relativa all’esercizio di competenza o della non inerenza.

Lo ha fatto con sentenza n 30686 pubblicata il 20.6.2017.

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Giu 22

Non è convalidabile il negozio viziato da annullabilità assoluta

Il negozio affetto da annullabilità assoluta non è convalidabile giacché, da un lato, la convalida dovrebbe provenire da tutti i soggetti legittimati a far valere l’annullabilità e, dall’altro, la sanzione è finalizzata alla tutela di interessi di natura diversa e trascendenti da quelli dei meramente individuali dei contraenti.

Il principio di diritto è stato fissato dalla Cassazione Civile II Sezione con sentenza n 15268 del 20.6.17

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Giu 21

Rapporti bancari: la nuova CMS al vaglio delle Sezioni Unite

Con ordinanza interlocutoria n 15188 del 20 giugno 2017 la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione, oggetto di contrasto oltre che ritenuta di massima di particolare importanza, se la nuova disciplina in tema di commissione di massimo scoperto introdotta dall’art. 2-bis della l. n. 2 del 2009 abbia natura di interpretazione autentica della normativa in materia di usura, ovvero presenti carattere innovativo, essendo tesa a stabilire, solo per i rapporti sorti dopo l’entrata in vigore della detta legge, il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, ai sensi dell’art. 644, comma 3, c.p., con la conseguenza che, in riferimento ai rapporti precedenti, la determinazione del tasso effettivo globale, ai fini della valutazione del carattere usurario degli interessi applicati, deve aver luogo senza tener conto della commissione di massimo scoperto.

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Giu 18

Furto su beni appartenenti alla massa fallimentare

Ai fini della procedibilità per il reato di furto commesso su beni facenti parte della massa fallimentare di una società di capitali dichiarata fallita, è legittimato a proporre querela non solo il curatore ma anche l’amministratore della persona giuridica che, seppure privata della disponibilità dei beni, ne mantiene la proprietà e il possesso.

Detto principio é stato fissato dalla Corte di Cassazione Quinta Sezione Penale con sentenza n. 28746/2017 (ud. 04/05/2017 – deposito del 09/06/2017 ).

Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte

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Giu 16

Appello penale e necessità di rinnovazione della prova.

La Prima Sezione della Corte di cassazione ha affermato che l’obbligo del giudice di appello di procedere alla rinnovazione della prova dichiarativa, di cui procede a rivalutazione ai fini della riforma contra reum della decisione, sussiste non solo nel caso di ribaltamento di una precedente sentenza di assoluzione, ma anche nel caso di riqualificazione giuridica dell’ipotesi originaria di reato, a seguito di impugnazione del Pubblico Ministero di una sentenza di condanna.

È la Sentenza n. 29165 / 2017 (ud. 18/05/2017 – deposito del 12/06/2017) : la motivazione sul sito della Corte di Cassazione .

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Giu 14

Nuove tutele per il lavoro autonomo

Ieri 13 giugno 2017 è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la legge 22 maggio 2017 n. 81.

La legge introduce nuove protezioni sociali per i liberi professionisti (su maternità e malattia) ed incentivi allo sviluppo dell’attività (come la detrazione fiscale  le spese per la formazione fino a 10.000 euro l’anno).

La legge delega il Governo ad emanare entro un anno decreti legislativi  per  individuare funzioni della pubblica amministrazione da attribuire agli iscritti di Ordini e Collegi.

I lavoratori autonomi sono poi tutelati rispetto ai pagamenti delle proprie prestazioni con il riconoscimento a loro favore degli interessi moratori nelle transazioni commerciali di cui al D.Lvo 231/2002.

Ecco il testo ufficiale della legge

Download (PDF, 1.66MB)

 

 

 

 

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