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Prescrizione e ricorso teso solo alla rettifica della pena

La Quinta Sezione Penale della Corte di cassazione ha affermato che non può dichiararsi l’intervenuta prescrizione del reato qualora il ricorso sia inammissibile e si renda necessaria esclusivamente la rettifica della pena ai sensi dell’art.619, comma 2, cod.proc.pen., comportando, questa, la mera correzione di un errore di computo non attinente al contenuto decisorio della sentenza.

È la sentenza n. 32347/2018 udienza 15/2/2018 pubblicata il 13.7.2018

Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte

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Pubblicato in Gazzetta il cd. Decreto dignità – Novità per i professionisti

Sulla Gazzetta Ufficiale serie generale n. 161 de. 13.7.2018 é stato pubblicato il D.L. 12 luglio 2018 n. 87 recante “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”.

Per il liberi professionisti é rilevante il Capo IV che comprende gli articoli da 10 a 12.

In particolare con l’art. 12 é stato abolito lo split payment per i liberi professionisti. Infatti all’art. 17 ter del DPR 633/1972 dopo il comma 1-quinquies é stato aggiunto il seguente:

«1 -sexies . Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle prestazioni di servizi rese ai soggetti di cui ai commi 1, 1 -bis e 1 -quinquies , i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito ovvero a ritenuta a titolo di acconto di cui all’articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.».

Al comma 2 é stato chiarito che ” Le disposizioni del comma 1 si applicano alle operazioni per le quali è emessa fattura successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto”.

Ecco il testo integrale

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Parametri per assegno divorzile: nuovo intervento della Cassazione.

Le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n 12287 dell’11.07.2018 hanno affermato che ai sensi dell’art. 5, comma 6, della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche di cui alla I. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi, o comunque dell’impossibilita di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma, che costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personate di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alia durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

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La motivazione della revoca della messa alla prova

La Sesta Sezione penale della Corte di cassazione ha affermato che, in presenza di una delle ipotesi contemplate dall’art. 168-quater cod. pen., il giudice, al fine di disporre la revoca della sospensione del procedimento con messa alla prova, è titolare di uno spazio di discrezionalità, limitato al solo apprezzamento dei presupposti di legge, che gli impone uno specifico onere di motivazione dell’ordinanza emessa ai sensi dell’art. 464-octies cod. proc. pen, censurabile in sede di ricorso per cassazione. Con specifico riguardo all’ipotesi di revoca di cui al n. 2 dell’art. 168-quater cod. pen., la Corte ha aggiunto che spetta al giudice del sub-procedimento verificare che la “commissione” del fatto – reato determinante la revoca del beneficio sia provata in termini di elevata probabilità, attraverso una delibazione della serietà dell’accusa compiuta sulla scorta di una solida base cognitiva, senza che sia necessario attendere la definizione con sentenza irrevocabile dell’autonomo procedimento relativo a detto illecito.

Trattasi della sentenza n. 28826/2018 pubblicata il 21.6.2018.

Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte

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Usura: si deve tenere conto anche della CMS nella verifica dell’usurarieta’ dei tassi.

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione con sentenza del 20 giugno 2018 n. 16303 si sono pronunciate sulla questione di massima di particolare importanza della rilevanza delle commissioni di massimo scoperto agli effetti del superamento del tasso soglia dell’usura, di cui all’art. 644, comma terzo, primo periodo, cod. pen.; ciò in riferimento ai rapporti antecedenti all’entrata in vigore dell’art 2bis D.L. 185/2008.

Ecco il link per leggere la sentenza: Cass. Civ. 16303/2018.

Ritengono le Sezioni Unite che l’art. 2 bis d.l. n. 185 del 2008, cit., non possa essere qualificato norma di interpretazione autentica dell’art. 644, quarto comma, cod. pen. . Nonostante ciò i Giudici reputano che l’esclusine del carattere interpretativo, e quindi retroattivo, dell’art. 2 bis d.l. n. 185 del 2008 non è decisiva, però, per la soluzione della questione, che qui interessa, della rilevanza o meno delle commissioni di massimo scoperto ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell’usura presunta secondo la disciplina vigente nel periodo anteriore alla data dell’entrata in vigore di tale disposizione, e dunque in particolare quanto ai rapporti esauritisi in tale periodo, come il rapporto dedotto nel giudizio in esame (del resto, nella stessa giurisprudenza penale di legittimità, sopra illustrata, il richiamo dell’art. 2 bis, cit., e la sua ritenuta natura interpretativa costituivano un argomento di mero rincalzo, di conferma, cioè, di un risultato ermeneutico già raggiunto per altra via).

Infatti la commissione di massimo scoperto, quale «corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto … calcolato in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento», secondo la definizione richiamata all’inizio, non può non rientrare tra le «commissioni» o «remunerazioni» del credito menzionate sia dall’art. 644, comma quarto, cod. pen. (determinazione del tasso praticato in concreto) che dall’art. 2, comma 1, legge n. 108 del 1996 (determinazione del TEGM), attesa la sua dichiarata natura corrispettiva rispetto alla prestazione creditizia della banca.

Ebbene nei decreti ministeriali la CMS viene comunque rilevata, sia pur non essendo conteggiata nel calcolo del TEGM. Tale rilevazione esclude l’illegittimità di tali decreti e consente di pervenire ad un metodo che, nel rispetto del principio di simmetria tra calcolo di TEG e TEGM, valorizzi anche la CMS nella verifica dell’usurarieta’ dei corrispettivi pretesi dalla Banca.

Tale metodo secondo le Sezioni Unite si riassume nel seguente principio di diritto: «Con riferimento ai rapporti svoltisi, in tutto o in parte, nel periodo anteriore all’entrata in vigore delle disposizioni di cui all’art. 2 bis d.l. n. 185 del 2008, inserito dalla legge di conversione n. 2 del 2009, ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell’usura presunta come determinato in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, va effettuata la separata comparazione del tasso effettivo globale d’interesse praticato in concreto e della commissione di massimo scoperto (CMS) eventualmente applicata – intesa quale commissione calcolata in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento – rispettivamente con il tasso soglia e con la “CMS soglia”, calcolata aumentando della metà la percentuale della CMS media indicata nei decreti ministeriali emanati ai sensi dell’art. 2, comma 1, della predetta legge n. 108, compensandosi, poi, l’importo della eventuale eccedenza della CMS in concreto praticata, rispetto a quello della CMS rientrante nella soglia, con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati».

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Appropriazione indebita e interpello della persona offesa.

La Seconda Sezione della Corte di Cassazione, pronunciando su un ricorso in tema di appropriazione indebita aggravata, divenuto perseguibile a querela ex art. 10 del d.lgs. n. 36 del 2018, entrato in vigore in data 9 maggio 2018, ha affermato che, nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile, non va attivata la procedura prevista dall’art. 12, comma 2, del medesimo d.lgs., secondo cui, per i reati in precedenza perseguibili d’ufficio, commessi prima della data di entrata in vigore dello stesso decreto, il pubblico ministero o il giudice, dopo l’esercizio dell’azione penale, è tenuto ad informare la persona offesa dal reato della facoltà di esercitare il diritto di querela. (In motivazione, la Corte ha precisato che è irrilevante la circostanza che la parte civile non abbia presentato le proprie conclusioni).

Trattasi della sentenza n. 23077/2018 (ud. 09/05/2018 – deposito del 23/05/2018): clicca qui per leggerla sul sito della Cassazione

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L’efficacia esecutiva della sentenza viene sospesa? La tassa di registro si paga lo stesso.

Il provvedimento di sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado non fa venir meno il presupposto dell’imposta di registro sugli atti giudiziari, costituito, ai sensi dell’art. 37 del d.P.R. n. 131 del 1986, non già dall’efficacia esecutiva, quanto dall’esistenza di un titolo giudiziale soggetto a registrazione.

Lo ha stabilito la Cassazione Sesta Sezione Civile con sentenza n. 12480 del 21 maggio 2018.

Clicca qui per leggerla sul sito della Corte di Cassazione.

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Danno da fatto illecito: concorrenza con altri indennizzi.

Il danno da fatto illecito va decurtato da ciò che in conseguenza dello stesso fatto il danneggiato riceve aliunde e cioè da un Istituto Pubblico (INAIL o Inps) o da una compagnia di assicurazione.

È quanto emerge da quattro sentenze delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione depositate il 22 maggio 2018.

In particolare per la sentenza n 12565/2018 “II danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto”.

Per la sentenza n. 12567/2018 “Dall’ammontare del danno subito da un neonato in fattispecie di colpa medica, e consistente nelle spese da sostenere vita natural durante per l’assistenza personale, deve sottrarsi il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento che la vittima abbia comunque ottenuto dall’Inps in conseguenza di quel fatto”.

Per la sentenza n. 12566/2018 ” L’importo della rendita per l’inabilita permanente corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito”.

Per la sentenza n. 12564/2018 “Dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità riconosciuta dall’Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto”.

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Risarcimento del danno e rendita INAIL

L’importo della rendita per l’inabilita permanente corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito.

Questo il principio fissato dalla Cassazione Civile a Sezioni Unite con sentenza n. 12566 del 22.05.2018 .

Clicca qui per leggerla sul sito della Corte

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Danno da morte del congiunto e pensione di reversibilità

Dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità riconosciuta dall’Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n 12564 del 22.5.2018.

Clicca qui per leggerla sul sito della Corte

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Pagamento di assegno NT a soggetto diverso dal beneficiario.

La responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario, ha natura contrattuale.

Lo ha stabilito la Cassazione Civile a Sezioni Unite con sentenza n 12477 del 21 maggio 2018.

Clicca qui per leggerla sul sito della Corte.

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